Dai vescovi caldei l’appello per la pace in Siria e il dialogo fra Iran e Stati Uniti

Si è concluso il Sinodo 2018, in programma dal 7 al 13 agosto a Baghdad. Presenti prelati locali e dai Paesi della diaspora. Preoccupano le tensioni fra Washington e Teheran: non sanzioni ma diplomazia. Il ritorno dei cristiani e l’opera di ricostruzione fondamentali per la rinascita dell’Iraq.

 


Baghdad (AsiaNews) - Una preghiera per la fine della guerra in Siria e in tutte le altre aree del Medio oriente, come lo Yemen, dove è in atto un conflitto, e l’invito a uno sforzo comune perché la regione possa infine godere di una “pace stabile e duratura”. Con questo appello, contenuto all’interno della dichiarazione finale, si è concluso il Sinodo 2018 della Chiesa caldea, che si è tenuto dal 7 al 13 agosto a Baghdad, sotto la guida del patriarca card Louis Raphael Sako. I vertici della Chiesa irakena si rivolgono quindi a Iran e Stati Uniti, sempre più al centro di una “guerra psicologica” [parole del presidente Rouhani] che, in caso di escalation, rischia di far precipitare la situazione della regione.

Teheran e Washington, scrivono i vescovi nella dichiarazione, giunta ad AsiaNews, devono adottare la via del dialogo e della diplomazia per risolvere i problemi, non cercare di imporre misure e azioni punitive che vanno solo a discapito della popolazione civile. A pagare il prezzo delle violenze, aggiungono, “sono le persone innocenti” come è avvenuto in Iraq nei 13 anni in cui sono state in vigore le sanzioni. “Guerre e sanzioni - avvertono - non portano altro che risultati negativi”.

Oltre alle violenze che insanguinano la regione, i vescovi irakeni guidati dal patriarca Sako hanno analizzato la situazione in Iraq e la condizione della comunità cristiana locale, che ha avviato un lento processo di rinascita dopo il dramma dello Stato islamico (SI, ex Isis) nel recente passato. La Chiesa irakena conferma il sostegno a quanti operano in un’ottica di rafforzamento dell’unità nazionale.

Esortando la classe politica a una lotta comune contro la corruzione, i vescovi irakeni e dei Paesi della diaspora - erano presenti prelati delle diocesi di Australia, Stati Uniti, Canada, Europa, Iran, Libano e Siria - invitano a rafforzare l’economia e rilanciare l’occupazione. Un obiettivo che deve valere soprattutto per le nuove generazioni, superando la mentalità settaria e il sistema delle quote. Per raggiungere questo obiettivo, aggiungono, è fondamentale dar vita a un governo nazionale forte che tratti tutti i cittadini all’insegna dell’uguaglianza, della libertà, della democrazia e del rispetto del pluralismo. Al futuro esecutivo, con il sostegno della comunità internazionale, spetta inoltre il compito di assicurare il rientro delle famiglie sfollate, provvedendo alla sistemazione delle case e ripristinando le infrastrutture.

La Chiesa irakena non nasconde i timori per il futuro dell’Iraq e della regione, oltre ai problemi che devono affrontare i caldei della diaspora. Per questo il primo punto, avvertono, è quello di assicurare il ritorno del maggior numero di sfollati nella piana di Ninive, l’area a maggioranza cristiana nel nord del Paese. Questo sarà il punto di partenza per poi rafforzare la sicurezza e potenziare le attività pastorali, sociali e umanitarie, mentre i fedeli sono chiamati a mostrare “pazienza e costanza” mantenendo vive la fede e la speranza.

Il messaggio dei vescovi caldei si conclude con gli auguri ai “fratelli e sorelle musulmani” per la festa di Id al-adha (la Festa del sacrificio) che si celebra il 21 agosto e ricorda la totale sottomissione a Dio nell’islam.

 

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