Lettera a papa Francesco: Le vittime del Kandhamal sono ‘martiri della fede’

Oggi si ricorda il decimo anniversario dei pogrom contro i cristiani. Nelle violenze del 2008 sono morti 120 cristiani e 300 chiese sono state distrutte. La madre di una suora stuprata ricorda l’aggressione contro la figlia.


New Delhi (AsiaNews) – Papa Francesco riconosca che le vittime cristiane dei pogrom del 2008 nel Kandhamal, in Orissa, sono “martiri della fede”. È l’appello contenuto in una lettera aperta firmata da John Dayal, attivista indiano ed ex presidente nazionale della All India Catholic Union. Oggi nel distretto si ricorda il decimo anniversario della più feroce ondata di persecuzione anti-cristiana ad opera di fondamentalisti indù. Secondo Dayal, “la fede dei cristiani di Kandhamal deve essere riconosciuta nel modo in cui la Chiesa ha sempre riconosciuto un simile sacrificio”. Rivolgendosi direttamente al pontefice, l’attivista aggiunge: “Abbiamo fatto pressione affinchè i morti delle violenze del 2008 a Kandhamal siano riconosciuti dalla Chiesa come Martiri della Fede. Questo è ciò che sono. Crediamo che il loro riconoscimento rafforzerà la fede del popolo dell’India, in particolare nel periodo che stiamo attraversando”.

John Dayal ricorda che mons. John Barwa, arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, sotto cui rientra il distretto di Kandhamal, “ha avviato il processo in maniera formale. Esso necessita di un movimento nazionale per conferirgli l’importanza che merita. Come capo della nostra Chiesa, come papa, noi ci rivolgiamo a lei e preghiamo affinchè questo processo venga accelerato. Esso darà nuova freschezza e giovinezza alla Chiesa in India e rafforzerà la fede di ognuno di noi”.

Nell’agosto del 2008 i radicali indù hanno incolpato i cristiani dell’omicidio del guru Swami Lakshmanananda, leader del gruppo nazionalista indù Vishna Hindu Parishad. Quest’accusa ha portato al “più grande pogrom contro i cristiani. Esso è iniziato il 25 agosto 2008 ed è durato per diverse settimane, guidato da gruppi politici con lo Stato che in alcune occasioni è stato complice, in altre spettatore impotente”.

La lettera continua: “Più di 60mila bambini, donne, uomini, anziani, giovani, neonati e donne incinte erano fuggiti nelle foreste. In seguito per tanti anni 30mila di loro hanno vissuto nei campi profughi. Più di 400 villaggi sono stati epurati dei cristiani per quasi un anno; più di 6mila case distrutte, insieme ad oltre 300 chiese e ogni scuola, ospedale, ospizio che era stato costruito dal clero o dalle suore in 50 anni. Almeno 120 persone sono state uccise, compreso p. Bernard Digal, dalit e tesoriere dell’arcidiocesi. Ci sono stati tanti altri pastori, evangelizzatori e predicatori laici che hanno perso la vita a causa di spade, machete, martelli o fuoco, che hanno affrontato la morte in maniera coraggiosa piuttosto che rinunciare alla fede. Molte donne sono state violentate, e tra queste anche una suora”.

John Dayal si riferisce a sr. Meena Barwa, nipote dell’arcivescovo, che ha subito uno stupro di gruppo di fronte agli occhi della polizia. Ad AsiaNews Regina, la madre della religiosa, ricorda il terribile episodio a distanza di 10 anni: “Eravamo a casa e stavamo pregando, perché avevamo saputo che le persone erano scappate nella foresta pur di salvarsi. Ero in attesa di qualche notizia di sr. Meena che lavorava al centro pastorale. Poi mi ha chiamato la mia sorella maggiore ed era in lacrime. Mi ha raccontato quanto avevano fatto a mia figlia. Ho iniziato a piangere in maniera disperata e poi sono svenuta. Anche mio marito piangeva e ripeteva: ‘Come hanno potuto fare questo a mia figlia che io ho offerto a Dio?’”.

Infine nella lettera si ricorda la sorte dei sette cristiani innocenti accusati dell’omicidio del guru indù che da 10 anni languono in carcere. “Giustizia non è stata ancora fatta per i sopravvissuti e per le vittime”, conclude.

(Per il testo completo della lettera, v. allegato)

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