Tribunale Onu autorizza l’Iran a recuperare i due miliardi di dollari congelati dagli Usa

I giudici hanno respinto le tesi di Washington secondo cui la Corte non ha giurisdizione sulla vicenda e l’Iran è “sponsor” del terrorismo. Washington voleva usare i fondi per risarcire le vittime del terrorismo. A Varsavia l’amministrazione Trump cerca di rafforzare il fronte anti-iraniano.


L’Aia (AsiaNews) - La Corte internazionale di giustizia (Icj) dell’Aja autorizza l’Iran ad avviare le pratiche per il recupero di due miliardi di dollari congelati in modo indebito dal governo statunitense. I giudici del tribunale internazionale hanno respinto le obiezioni avanzate dagli Stati Uniti: per Washington il caso andava archiviato perché Teheran aveva “le mani sporche” per (presunti) legami con il terrorismo; inoltre, il massimo organismo giudicante Onu non avrebbe giurisdizione per decidere della controversia che vede opposte Teheran e Washington.

Al centro del contendere, l’ingente somma appartenente alla Repubblica islamica e congelata da tempo dagli americani. Sebbene la corte dell’Aia sia il più alto tribunale delle Nazioni Unite e le sue decisioni siano vincolanti, esso non ha il potere di farle applicare e diversi Paesi, fra i quali gli stessi Stati Uniti, in passato ne hanno ignorato le disposizioni.

L’istanza avanzata da Teheran presso la Icj contestava le nuove sanzioni e il congelamento dei fondi, in violazione al trattato siglato nel 1955 dai due Paesi (sconfessato nei mesi scorsi da Washington). Decisioni frutto della posizione del governo Usa che considera l’Iran "sponsor" del terrorismo di Stato. La sentenza del tribunale riguarda circa un migliaio di cittadini statunitensi.

La decisione rischia di innescare una ulteriore escalation nello scontro fra Washington e Teheran, già ai minimi storici in seguito alla controversia nucleare e al verdetto dell’ottobre scorso, quando lo stesso tribunale Onu ha condannato gli Usa per le sanzioni. A questo si aggiunge la due giorni di summit iniziata oggi a Varsavia, in Polonia, voluta con forza dalla Casa Bianca per consolidare un fronte internazionale anti-Iran e preparare il terreno a un attacco militare. 

Nel giugno del 2016 la Repubblica islamica ha aperto un contenzioso contro gli Stati Uniti presso la Corte, contro quella che viene definita “appropriazione indebita” di due miliardi di dollari, beni e proprietà iraniane negli Usa. In precedenza la Corte suprema americana aveva respinto la restituzione alla Banca centrale iraniana e ordinato di trasferire il denaro ai familiari dei cittadini uccisi in attacchi terroristici, dietro i quali si sospetta la regia degli ayatollah.

Nella sentenza emessa nell’aprile del 2016, la Corte suprema Usa aveva deciso di bloccare la restituzione dei fondi, stabilendo che il denaro fosse usato a titolo risarcitorio per le vittime di attentati. Fra questi vi sarebbero il bombardamento di una caserma dei marine americani a Beirut nel 1983 e l’attacco alle Khobar Towers del 1996 in Arabia Saudita.

Al centro della controversia la guerra economica, diplomatica e commerciale lanciata dall’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump contro la Repubblica islamica. Nel maggio scorso la Casa Bianca ha ordinato il ritiro dall’accordo nucleare (Jcpoa) voluto dal predecessore Barack Obama, introducendo nuove sanzioni contro Teheran, le più dure della storia. Una decisione che ha provocato un significativo calo nell’economia iraniana e un crollo nelle vendite di petrolio, obiettivo della seconda parte delle sanzioni in vigore dal 4 novembre. A farne le spese, è stata in primis la parte più debole della popolazione.

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