Riyadh, al via il processo contro 10 attiviste per i diritti umani

Fra queste vi è Loujain al-Hathloul, che si è battuta per il diritto delle donne alla guida e la fine della tutela maschile. Nelle scorse settimane violenta campagna mediatica e social contro le imputate. Negata la tutela di un legale in aula. Le famiglie denunciano violenze e abusi in cella. 


Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - A distanza di circa un anno dagli arresti, si è aperto ieri in Arabia Saudita il processo a carico di 10 donne per la loro lotta per i diritti umani e maggiori libertà civili - in particolare per l’universo rosa - nel regno wahhabita. Fra le imputate vi è anche la 29enne Loujain al-Hathloul, una figura di primissimo piano nella lotta per il diritto alle guida delle donne e nella lotta contro la tutela maschile, in prigione dal maggio dello scorso anno. 

Alla vigilia del processo nel Paese si è scatenata una violenta campagna mediatica (filogovernativa) e sui social network contro el-Hathloul e le altre attiviste. Molte le definizioni sprezzanti fra cui “traditrici” dei valori del regno, per aver avuto “contatti” con “partiti stranieri”. 

Secondo quanto riferisce Alqst, una organizzazione pro diritti umani saudita con sede nel Regno Unito, gli imputati sono accusati in base a norme riguardati i reati informatici. In queste ultime settimane molte ong e attivisti in tutto il mondo hanno chiesto il loro rilascio. 

L’8 marzo scorso 36 nazioni al Consiglio Onu per i diritti umani hanno criticato Riyadh per le violazioni ai diritti umani, con un riferimento particolare alle donne incarcerate. Una prima assoluta che mostra una crescente pressione verso le “riforme” di facciata promosse dal 33enne principe ereditario Mohammed bin Salman, nel contesto del programma Vision 2030. In realtà gli arresti di alti funzionati e imprenditori , la repressione di attivisti e voci critiche, la guerra in Yemen con le vittime civili, anche bambini, e l’assassinio di Jamal Khashoggi sono fonte di preoccupazione. 

Insieme a Loujain al-Hathloul, ieri sono comparse in aula altre personalità di primo piano dell’attivismo saudita fra cui Aziza al-Yousef, Eman al-Nafjan e Hatoon al-Fassi. Fonti locali rilanciate da Alqst riferiscono che il tribunale penale di Riyadh ha aperto tre diversi procedimenti; le donne rischiano fino a cinque anni di prigione e non hanno potuto beneficiare sinora della difesa di un legale. Gran parte dei capi di imputazione sono basati su “presunte confessioni” relative a “contatti” fra le donne “e organizzazioni pro diritti umani”.

I parenti stretti hanno potuto assistere all’udienza; di contro, è stato impedito l’accesso a giornalisti stranieri e diplomatici. Il Gulf Centre for Human Rights avverte che le donne non beneficeranno di un giusto processo ed esprime “profonda preoccupazione” per il loro stato di salute. Alcune di loro, infatti, sarebbero state torturare in questi mesi di carcere preventivo con colpi di frusta, elettroshock e abusi a sfondo sessuale. 

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