Mons. Hinder: Ad Abu Dhabi, testimoniare il Vangelo in una società segnata dall’islam (Foto)
di Bernardo Cervellera

Il Vicario apostolico dell’Arabia del sud racconta la vita delle sue comunità, della essenziale collaborazione dei laici, della multietnicità delle relazioni, della speciale missione nella regione del Golfo. In tutto il Vicariato – che comprende Emirati, Oman e Yemen – ci sono circa un milione di cattolici su una popolazione totale di 43 milioni. Negli Emirati, solo il 20% è costituita da popolazione locale. La Chiesa “carovana” nel deserto, immagine del futuro.


Abu Dhabi (AsiaNews) – Una Chiesa in cui la collaborazione dei laici è essenziale; che testimonia il Vangelo in una società segnata dall’islam; formata da migranti che cercano benessere per le loro famiglie o fuggono dalla persecuzione e dalla guerra. Sono i tratti con cui mons. Paul Hinder, 77 anni, vicario apostolico dell’Arabia del sud, descrive le decine di migliaia di fedeli che costituiscono la comunità cattolica di Abu Dhabi. Non è possibile avere numeri precisi perché i fedeli sono tutti degli emigrati che non hanno residenza stabile e si muovono da un Paese all’altro. In tutto il Vicariato – che comprende Emirati, Oman e Yemen – ci sono circa un milione di cattolici su una popolazione totale di 43 milioni. Negli Emirati, solo il 20% è costituita da popolazione locale.

Per più di una settimana ho potuto ammirare la fede, la dedizione, le preoccupazioni e la gioia di questi fratelli e sorelle, dalla domenica delle Palme, al Giovedì e al Venerdì santo, alla Veglia pasquale, nel ricordo dell’importante incontro di papa Francesco con le autorità dello Stato e del mondo islamico, lo scorso febbraio.

A conclusione del mio viaggio ho posto alcune domande a mons. Hinder, sul suo essere pastore di una Chiesa che diventa sempre di più l’immagine della Chiesa del futuro: una Chiesa “carovana” nel deserto.

 

Come ho potuto constatare di persona, la Chiesa in Abu Dhabi riceve un grande sostegno dai laici. Vi è una reale collaborazione e sinodalità nell’affrontare la vita della comunità.

È certo che senza l’impegno e la collaborazione dei laici non potremmo andare avanti. La liturgia, il catechismo, l’organizzazione richiede il coinvolgimento e la competenza di innumerevoli uomini e donne. Talvolta, per i nostri sacerdoti, soprattutto quelli provenienti da certe esperienze culturali, non è facile vivere questa collaborazione. Ma in generale mi sembra che tutto funzioni piuttosto bene.

 

Questi fedeli laici vivono in un ambiente musulmano. Come è possibile la loro missione quotidiana nei loro luoghi di lavoro? Non vi è il rischio di ridurre la propria identità cristiana ad un’appartenenza alla comunità cristiana e alla partecipazione nelle liturgie?

Negli Emirati arabi uniti godiamo di un notevole livello di tolleranza, ma dobbiamo essere coscienti che viviamo in una società profondamente segnata dall’islam. In genere, la nostra gente non ha problemi nel professarsi cristiana e a manifestarsi tale anche con dei segni. D’altra parte, è anche vero che l’essere cristiani lascia qualcuno con minori possibilità di lavoro, specie quando si tratta di salire in carriera. A questo punto, qualcuno potrebbe anche divenire debole e prendere il rischio di nascondere la propria appartenenza religiosa o perfino convertirsi all’islam.  Talvolta la gente pensa che, dopo essere tornati al proprio Paese, ci si può “riconvertire” al cristianesimo: qualcosa che non è così facile. E’ vero, la nostra gente, che mostra una religiosità così profonda può anche vivere in una certa ambiguità: sebbene conoscano e accettino i 10 comandamenti e l’insegnamento di Gesù, essi potrebbero talvolta non agire di conseguenza. Ma è parte della nostra predicazione che i valori del Vangelo devono segnare la nostra vita anche e specialmente al di fuori delle nostre liturgie e devozioni.

 

Quella di Abu Dhabi è una comunità multietnica e formata da migranti. Lei dice spesso che questa è la Chiesa del futuro. Ci può spiegare?

A causa della globalizzazione, da una parte e dall’altra per lo squilibrio economico presente nel mondo, la gente continuerà a migrare da un posto all’altro in cerca di “miglioramenti”. Molti sono forzati a lasciare il loro Paese anche da guerre, discriminazioni o perfino persecuzioni. Altre parti del mondo continueranno ad aver bisogno della manodopera straniera, dato che la naturale demografia di certe società non funziona più. Questi e altri fattori simili portano a una permanente migrazione di popoli nel mondo, con gli effetti che possiamo vedere qui in modo particolare nella regione del Golfo. Tale processo di continua migrazione sta cambiando non solo la faccia della terra, ma anche quella della Chiesa. Alcune settimane fa ho scritto un breve articolo per una rivista teologica tedesca. In esso dicevo che qui nel Golfo mi sento come in una carovana: qualcuno deve esplorare la pista attraverso il deserto; dobbiamo dosare la velocità in base alle persone reali che compongono la carovana, per non perdere qualcuno e farlo morire di fame nel deserto; il capo della carovana si può trovare talvolta davanti a tutti per incoraggiare e indicare la via, talvolta in mezzo o alla fine, a seconda delle situazioni. Una carovana ha bisogno della collaborazione di tutti coloro che fanno lo stesso viaggio. Solo in tal modo essa raggiungerà la destinazione. In questo senso, penso che qui stiamo vivendo alcuni importanti elementi che segneranno la Chiesa del domani in altre parti del mondo.

 

(Foto di Oliver Gomes)

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