Maximum Illud: contro l’attivismo ‘di destra’ e ‘di sinistra’. Il caso delle ‘Pachamama’ (Seconda parte)
di Bernardo Cervellera

I tradizionalisti e i progressisti cercano di superare l’indifferenza verso Dio e verso il prossimo. Ma naufragano nelle contraddizioni. È necessario andare verso il mondo, “uscire”, ma comunicando la vita di Cristo. E per le “Pachamama” è mancata una sintesi fra dialogo e annuncio.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Pubblichiamo la seconda parte della riflessione sul centenario della Maximum Illud, per una ripresa della missione ad gentes e la “trasformazione missionaria della vita e della pastorale". Per la prima parte, vedi qui.

Oltre al “grigio pragmatismo”, vi è un altro problema che Francesco mette sempre in luce quando parla di gnosticismo e di neopelagianesimo: l’indifferenza verso Dio.

Se c'è una cosa che caratterizza il nostro mondo è proprio l’indifferenza verso Dio, che poi si traduce anche in indifferenza verso il prossimo. Questa doppia indifferenza, che poi è una sola, è caratteristica dell’occidente, ma è percepibile anche in tanti Paesi di missione.

Si riesce a vederla ad esempio in India, dove ci sono urbanizzazioni gigantesche e spersonalizzanti, ma anche in Giappone o in Corea…

Fra i cristiani, l’indifferenza verso Dio e verso il prossimo trova di solito due tipi di risposta. Davanti allo spopolamento delle chiese, all’abbandono dei giovani, uno ha la tentazione di dover potenziare la proposta per quelli che rimangono. E quindi nella parrocchia, in diocesi, nel gruppo, si accrescono le veglie, la Lectio Divina, i pellegrinaggi, ecc.: tante occasioni per tenere viva la fede in quelli che sono rimasti. Non poche volte, questo atteggiamento scivola in una modalità un po' tradizionalista: “Bisogna fare le cose come si facevano una volta, altrimenti qui tutti se ne vanno!”.

L'altra risposta, invece, è di attuare un potente attivismo sociale. Per riuscire a incontrare le persone lontane dalla Chiesa, io vado di qua e di là, incontro mafiosi, non mafiosi, gay, prostitute, ecc. Questo avrebbe senso se è parte di una testimonianza della fede. Purtroppo, da tante persone, anche preti, che si impegnano in questo modo – ad esempio contro gli stupri, contro la mafia, contro l’inquinamento… - si sente parlare poco di Gesù Cristo.

Davanti a questi due atteggiamenti è importante quanto dicono Benedetto XV e Francesco: riqualificare la vita del cristiano come missione. Cosa vuol dire? Che io sono preso per partecipare alla vita di Cristo, e perché la vita di Cristo venga comunicata. La missione, allora, non è anzitutto attività, valori, riti, ma la vita di Cristo e questa vita di Cristo si vede dalla nostra umanità riplasmata da Cristo stesso.

È evidente che qui parliamo delle due tensioni presenti nella Chiesa, la tradizionalista e la progressista, che rischiano entrambe una posizione pelagiana (ossia che la salvezza viene dai propri sforzi).

Entrambe le tensioni sottolineano punti importanti, ma poi li fanno diventare tutto il loro orizzonte: da una parte si sottolinea una identità; dall’altra si sottolinea l'impegno nel mondo. Il punto è che queste cose debbono andare insieme. La Chiesa esiste per il mondo, non per sé stessa. Essa esiste per comunicare al mondo la vita di Gesù Cristo; quindi la direzione della Chiesa è sempre il mondo. Quella frase di papa Francesco, divenuta uno slogan, “una Chiesa in uscita” è importantissima: la Chiesa tende ad incontrare sempre chi non è cristiano, ma i cristiani “escono” non per passeggiare, o fare i propri affari, o realizzare le loro ideologie. La Chiesa esce per incontrare coloro che non sono cristiani a cui offrire la propria fede. Per questo è importante la Maximum Illud, perché in essa si dice: “La Chiesa esiste soltanto per comunicare la vita di fede”. E papa Francesco nel Messaggio per la Giornata missionaria 2019 dice: “Noi non siamo dei proselitisti, non abbiamo una merce da vendere, noi abbiamo una vita divina da offrire”: è Cristo stesso che noi portiamo, non anzitutto le nostre opere, le nostre analisi sociologiche, i nostri lavori; oppure i nostri riti, le nostre cerimonie perfette.

Il caso delle “Pachamama”

Una simile divaricazione – fra “identitari tradizionalisti” e “dialogici progressisti” è avvenuta durante il Sinodo sull’Amazzonia, con il caso delle “Pachamama”. Queste sono delle statuette-amuleti di divinità della fecondità, che il 4 ottobre papa Francesco ha voluto si portassero nei giardini vaticani per depositarli vicino ad un albero piantato per l’occasione. Alla fine, gli indios amazzonici che avevano trasportato le statuette si sono chinati in preghiera; il papa ha recitato il Padre Nostro, vera fonte di ogni fecondità, per il buon andamento del Sinodo che stava per iniziare. I tradizionalisti hanno giudicato la cerimonia “un gesto di idolatria”, anche se di per sé può essere letto come un gesto di rispetto verso la cultura india. Nei giorni seguenti le “Pachamama” sono state esposte in una chiesa vicino al Vaticano – S. Maria in Traspontina - e un centro missionario ha addirittura diffuso una “preghiera ai Pachamama”.  Questo ha radicato ancora di più la convinzione fra i tradizionalisti che si stava rischiando di scivolare nell’idolatria e nella stregoneria, tanto che alcuni hanno preso le statuette dalla chiesa di S. Maria in Traspontina e le hanno gettato nel Tevere. Il papa ha chiesto scusa per il gesto di intolleranza e ha fatto recuperare le statuette che sono state portate nell’aula del Sinodo, ma non nella basilica di san Pietro, come era programmato in precedenza.

Anche qui si sono scontrati e opposti chi esigeva “identità” e chi voleva il “dialogo col mondo (e con le religioni)”. La missione risana questa contrapposizione. Noi missionari valorizziamo gli elementi religiosi presenti negli altri popoli: anche san Paolo, parlando agli ateniesi (Atti 17), ha elogiato la loro religiosità e l’ara al “Dio ignoto”. Da questo punto di vista lo scandalo dei tradizionalisti è esagerato. Ma è anche vero che san Paolo ha aggiunto: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annuncio”. Alle cerimonie entusiaste delle “Pachamama” è mancato questo aspetto. Anzi, durante il Sinodo si è scoperto addirittura che vescovi e preti in Amazzonia tacciono spesso sull’annuncio di Cristo e rifiutano di battezzare gli indios per non “rovinare” la loro cultura! Come se Cristo non fosse il compimento di ogni religione e cultura!

(Fine della seconda parte)

Vaticano-Pachamama.jpg