Papa: nessuno approfitti dell’epidemia per guadagnare

Ieri, parlando alla televisione italiana, Francesco ha voluto esprimere la sua vicinanza alle famiglie, specialmente a quelle nelle quali c’è qualche malato e a medici, infermieri e a tutti quanti garantiscono i servizi essenziali. La tentazione è un "processo che ci fa cambiare il cuore da bene in male, che ci porta sulla strada in discesa. Una cosa che cresce, cresce, cresce lentamente, poi contagia altri e alla fine si giustifica". 


Città del Vaticano (AsiaNews) – Nessuno approfitti dell’epidemia per guadagnare. E’ il monito che papa Francesco ha lanciato nella messa celebrata stamattina a Casa Santa Marta. “In questi momenti di turbamento, di difficoltà, di dolore – le sue parole - tante volte alla gente viene la possibilità di fare una o l’altra cosa, tante cose buone. Ma anche non manca che a qualcuno venga l’idea di fare qualcosa non tanto buona, approfittare del momento e approfittarne per se stesso, per il proprio guadagno. Preghiamo oggi perché il Signore ci dia a tutti una coscienza retta, una coscienza trasparente, che possa farsi vedere da Dio senza vergognarsi”.

Ieri sera, poi, parlando alla televisione italiana, Francesco ha voluto esprimere la sua vicinanza alle famiglie, specialmente a quelle nelle quali c’è qualche malato e a medici, infermieri e a tutti quanti garantiscono i servizi essenziali. “Ho nel cuore – ha detto - tutte le famiglie, specie quelle che hanno qualche caro ammalato o che hanno purtroppo conosciuto lutti dovuti al coronavirus o ad altre cause. In questi giorni penso spesso alle persone sole, per cui è più difficile affrontare questi momenti. Soprattutto penso agli anziani, che mi sono tanto cari. Non posso dimenticare chi è ammalato di coronavirus, le persone ricoverate negli ospedali”.

“Ho presente – ha detto ancora - la generosità di chi si espone per la cura di questa pandemia o per garantire i servizi essenziali alla società. Quanti eroi, di tutti i giorni, di tutte le ore! Ricordo anche quanti sono in ristrettezze economiche e sono preoccupati per il lavoro e il futuro. Un pensiero va anche ai detenuti nelle carceri, al cui dolore si aggiunge il timore per l’epidemia, per sé e i loro cari; penso ai senza dimora, che non hanno una casa che li protegga”.

Oggi, all’omelia, commentando il brano del Vangelo (Gv 11, 45-56) che racconta la decisione del sinedrio di uccidere Gesù dopo la risurrezione di Lazzaro, ha ricordato che “da tempo i dottori della legge, anche i sommi sacerdoti, erano inquieti perché passavano cose strane nel Paese”. Prima Giovanni Battista,  che “lo lasciarono stare perché era un profeta”, poi “questo Gesù” che “incominciò a fare dei segni, dei miracoli, ma soprattutto a parlare alla gente e la gente capiva, e la gente lo seguiva, e non sempre osservava la legge e questo inquietava tanto. ‘Questo è un rivoluzionario, un rivoluzionario pacifico… Questo porta a sé la gente, la gente lo segue…’ (cf. Gv. 11,47-48)”.

“Poi alcuni sono andati da lui per metterlo alla prova e sempre il Signore aveva una risposta chiara che a loro, dottori della legge, non era venuta in mente”.

“Poi hanno mandato i soldati a prenderlo e loro sono tornati dicendo: ‘Non abbiamo potuto prenderlo perché quest’uomo parla come nessuno’ … ‘Anche voi vi siete lasciati ingannare’ (cf. Gv.7,45-49): arrabbiati perché neppure i soldati potevano prenderlo. E poi, dopo la risurrezione di Lazzaro - questo che abbiamo sentito oggi - tanti giudei andavano lì a vedere le sorelle Lazzaro, ma alcuni sono andati a vedere bene come stanno le cose per riportarle, e alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto (cf. Gv. 11,45). Altri credettero in Lui. E questi che sono andati, i chiacchieroni di sempre, che vivono portando (le chiacchiere) … sono andati a dire loro. In questo momento, quel gruppo che si era formato di dottori della legge ha fatto una riunione formale: ‘Questo è molto pericoloso dobbiamo prendere una decisione. Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni - riconoscono i miracoli - Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, c’è pericolo, il popolo andrà dietro di lui, si staccherà da noi’ - il popolo non era attaccato a loro - ‘Verranno i romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione’ (cf. Gv.11,48). In questo c’era parte della verità ma non tutta, era una giustificazione, perché loro avevano trovato un equilibrio con l’occupatore, ma odiavano l’occupatore romano, ma politicamente avevano trovato un equilibrio”.

“Così parlavano fra loro”. Uno di loro, Caifa, “era il più radicale”, era sommo sacerdote disse: “Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv.11,50).

“È stato un processo, un processo che incominciò con piccole inquietudini al tempo di Giovanni Battista e poi finì in questa seduta dei dottori della legge e dei sacerdoti. Un processo che cresceva, un processo che era più sicuro della decisione che dovevano prendere, ma nessuno l’aveva detta così chiara: ‘Questo va fatto fuori’. Questo modo di procedere dei dottori della legge è proprio una figura di come agisce la tentazione in noi, perché dietro di questa evidentemente era il diavolo che voleva distruggere Gesù e la tentazione in noi generalmente agisce così: incomincia con poca cosa, con un desiderio, un’idea, cresce, contagia altri e alla fine si giustifica. Questi sono i tre passi della tentazione del diavolo in noi e qui sono i tre passi che ha fatto la tentazione del diavolo nella persona del dottore della legge. Cominciò con poca cosa, ma è cresciuta, è cresciuta, poi ha contagiato gli altri, si è fatta corpo e alla fine si giustifica: ‘È necessario che muoia uno per il popolo’ (cf. Gv.11,50), la giustificazione totale. E tutti sono andati a casa tranquilli. Avevano detto: ‘Questa è la decisione che dovevamo prendere’”.

“E tutti noi, quando siamo vinti dalla tentazione, finiamo tranquilli, perché abbiamo trovato una giustificazione per questo peccato, per questo atteggiamento peccaminoso, per questa vita non secondo la legge di Dio. Dovremmo avere l’abitudine di vedere questo processo della tentazione in noi. Quel processo che ci fa cambiare il cuore da bene in male, che ci porta sulla strada in discesa. Una cosa che cresce, cresce, cresce lentamente, poi contagia altri e alla fine si giustifica. Difficilmente vengono in noi le tentazioni di un colpo, il diavolo è astuto. E sa prendere questa strada, la stessa l’ha presa per arrivare alla condanna di Gesù”.

“Quando noi ci troviamo in un peccato, in una caduta, sì, dobbiamo andare a chiedere perdono al Signore, è il primo (passo) che dobbiamo fare, ma poi (dobbiamo dire): ‘Come sono venuto a cadere lì? Come è iniziato questo processo nella mia anima? Com’è cresciuto? Chi ho contagiato? E come alla fine mi sono giustificato per cadere?’”.

“La vita di Gesù è sempre un esempio per noi e le cose che sono accadute a Gesù sono cose che accadranno a noi, le tentazioni, le giustificazioni, la gente buona che è intorno a noi e forse non la sentiamo e i cattivi, nel momento della tentazione, cerchiamo di avvicinarci (a loro) per far crescere la tentazione. Ma non dimentichiamo mai: sempre, dietro un peccato, dietro una caduta, c’è una tentazione che è incominciata piccola, che è cresciuta, che ha contagiato e alla fine trovo una giustificazione per cadere. Lo Spirito Santo ci illumini in questa conoscenza interiore”.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale.

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