Prof. Shamika Ravi: Niente panico, il Covid-19 non distrugge l’India

In termini assoluti, l’India è all’ottavo posto per numero di morti, ma paragonata alla popolazione (1,3 miliardi) ha uno dei tassi più bassi: 15 vittime per milione di abitanti (la Gran Bretagna avrebbe 670 e gli Usa 402). I modelli epidemiologici usati finora “non sono appropriati per l’India”.


New Delhi (AsiaNews) – La prof.ssa Shamika Ravi, un’economista, è molto chiara: il panico verso la pandemia di Covid-19 in India non ha fondamento. Le infezioni da coronavirus sono molto più diffuse di quanto si pensi, ma sono molto meno letali.

A tutt’oggi l’India registra 793.802 casi positivi, ma solo 21.604 morti: il che, in cifre assolute mette l’India all’ottavo posto per numero di vittime, ma in termini percentuali, riferite alla popolazione, è una cifra bassissima: 15 persone per milione di abitanti.

La prof.ssa Ravi (foto 3) è nota in India per le sue analisi sul coronavirus. Economista e membro senior del Brookings Institution, diffonde con regolarità i suoi tweet con grafici e spiegazioni agli oltre 90mila follower, mostrando le percentuali di letalità (fatality rate, Cfr), i casi attivi, le curve del contagio.

Quella dell’8 luglio (v. foto 2) mostra che nel Paese vi sono cinque Stati con il Cfr più alto: Gujarat, Maharashtra, Madhya Pradesh, West Bengal, Delhi. Solo il Gujarat ha un Cfr superiore a quello mondiale. In quel giorno, il tasso di guarigione da Covid-19 per l’India è stato del 61,53% e la differenza fra infetti e guariti si allarga sempre di più.

Gli strumenti usati dall’esperta comprendono anche i dati della John Hopkins University, dell’Organizzazione mondiale della sanità e dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie.

Per la prof.ssa Ravi basare le stime sul numero di test condotti e sul numero assoluto dei morti non dà una reale indicazione dell’evoluzione del Covid-19. Per questo ella ha iniziato a usare una “statistica potente”: il tasso di mortalità per milione di abitanti.

“Se l’India fosse stata colpita come l’Europa – dice – avremmo ora 800mila morti. Ma chiaramente non vediamo così tante vittime, perfino se le cifre sono sottostimate. Forse la ragione sta nel fatto che in India vi è una certa immunità”.

Secondo la Ravi, i modelli epidemiologici usati finora “non sono appropriati per l’India”, perché essi sono modellati “sui Paesi dell’Oecd (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)”.

“Vi sono alcuni elementi da prendere in considerazione nelle statistiche: 1) l’India ha un alto tasso di guarigione (62%), rispetto ad altri Paesi (es.: Usa, 27%); 2) abbiamo un basso tasso di morti (15 persone per milione), che non si può spiegare solo con la bassa registrazione (a confronto, la Gran Bretagna ha un tasso di morte di 670 e gli Usa di 402 per milione)”.

“Queste cifre sono una frazione di quello che si vede nell’Europa occidentale”.

La prof.ssa Ravi apprezza anche il lockdown, imposto dal premier Narendra Modi il 25 marzo scorso, che ha causato molti problemi ai lavoratori migranti. “È stata una misura drastica – dice – per un Paese con 1,3 miliardi di persone. Ma in una nazione povera di risorse come l’India occorreva questo passo di prevenzione. Anche se guardiamo solo alle statistiche mondiali, secondo cui il 5% dei malati avrebbe bisogno di ricovero e di respiratori, l’India non ha queste possibilità, perché non ha queste infrastrutture”. (N.C.)

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