Mumbai, Covid-19: Natale di solidarietà aperto ai non cristiani
di Nirmala Carvalho

È l’iniziativa lanciata da p. Pascal Sinor, parroco della chiesa di Maria di Nazareth ad Alibaug. Grazie all’apostolato sociale della Chiesa mille famiglie tribali potranno ricevere aiuti per la festa. Per favorire l’afflusso dei fedeli, allestito grande presepe all’esterno della chiesa. Anche molti indù in preghiera davanti a Gesù bambino.


Mumbai (AsiaNews) - Un Natale di solidarietà e di iniziative nel sociale, aperte anche ai non cristiani, in un tempo di pandemia da coronavirus che aumenta i bisogni, soprattutto fra i più poveri, mentre allenta i legami e ostacola le relazioni fra persone. È quello promosso da p. Pascal Sinor, parroco della chiesa di Maria di Nazareth ad Alibaug (distretto di Raighad), nell’arcidiocesi di Mumbai, per queste festività segnate dalla crisi sanitaria. Oggi, spiega ad AsiaNews il sacerdote, è ancora più importante rilanciare “l’apostolato sociale della Chiesa” prendendosi cura di circa 1.000 famiglie tribali. 

Le istituzioni ecclesiastiche dell’area, racconta, hanno adottato 11 villaggi, affidati alla cura di altrettanti insegnanti e di due supervisori, con un progetto finanziato dal Centro per l’azione nel sociale (Csa) dell’arcidiocesi locale. “Ogni anno per Natale organizziamo un Bal melava [festa per bambini] e una Mahila melava [festa per le donne] con diversi giochi, doni, cibo” racconta p. Pascal. “Quest’anno - prosegue - a causa della pandemia ho cancellato tutte le iniziative, mantenendo solo la distribuzione di cibo. I regali ai bambini verranno dati a gennaio”. 

Per quest’anno, a causa del coronavirus, la priorità resta la salute osservando le regole di base, fra cui il distanziamento sociale che preclude eventi di gruppo o festeggiamenti comunitari. Tuttavia, la pandemia non elimina certo i bisogni e non blocca la solidarietà della Chiesa che cerca di rispondere alle necessità anche dei non cristiani. Il giorno di Natale è tradizione che un migliaio di indù rendano omaggio al bambino Gesù; essi vengono a vedere i tre presepi allestiti dalla parrocchia e a pregare davanti alla mangiatoia e alla sacra famiglia.

“Quest’anno - sottolinea il parroco - abbiamo allestito un grande presepe all’aperto, di modo che le persone possano venire a pregare mantenendo il distanziamento”. Il bambino Gesù, la famiglia povera, gli animali all’interno creano uno spirito che affascina anche gli indù, molti dei quali tribali e poveri, e il modo in cui adorano il presepe è “un segno di quanto sia sacro e santo” e “degno di adorazione”. 

La conferma arriva da Reshma Wadi, una insegnante di origine indigena, di fede non cristiana. “Mi occupo - racconta ad AsiaNews - di sei aree, ciascuna delle quali ha 15 famiglie della tribù Katkari e con almeno 300 bambini”. Durante la pandemia e il lockdown don Pascal “ha distribuito razioni di cibo caldo a molte famiglie, fra cui tribali senza lavoro. Si tratta di salariati giornalieri, lavoratori agricoli o pescatori, indigenti”. Una donna “ci ha spiegato l’igiene e quali precauzioni prendere per contenere i contagi di Covid. Poi ha distribuito kit per l’igiene personale. Ogni donna presente ha riportato in famiglia quanto appreso nel seminario”.

La Chiesa promuove da tempo programmi dedicati alle donne e alle ragazze tribali, per rafforzane l’istruzione e l’indipendenza a livello sociale ed economico, oltre a valorizzarne la dignità e i diritti personali. Iniziative di grande valore, in un contesto in cui la donna è ancora troppo spesso relegata ai margini o vittima impotente di violenze, abusi ed emarginazione.

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