Covid, la corsa al vaccino e l’abisso fra israeliani e palestinesi

Israele marcia a ritmo spedito del piano di immunizzazione, che si dovrebbe concludere a marzo. In Palestina si deve ancora scegliere il prodotto da somministrare. Una carta elettorale per Netanyahu. Adel Misk: campagna che “andava concordata, senza fare divisioni”. Attivista israeliana: fattore medico e questione morale che si intrecciano, come “israeliani siamo responsabili”.


Gerusalemme (AsiaNews) - Il vaccino “avrebbe dovuto essere per tutti”, perché “in fondo viviamo nella stessa area” e questa prima fase di immunizzazione “andava concordata, senza fare divisioni” fra israeliani e palestinesi. È quanto afferma ad AsiaNews Adel Misk, medico neurologo e attivista palestinese, commentando la campagna di vaccinazione di massa in Israele che ha già coinvolto due milioni di cittadini con il prodotto della Pfizer/BioNTech. Esclusi i palestinesi, che “al momento non sanno nemmeno su quale prodotto puntare: quello cinese, quello russo, quello americano - spiega - anche se al momento sono avviate trattative con Mosca che è meno costoso e più facile da gestire rispetto al prodotto statunitense”. 

Adel Misk, portavoce di The Parents Circle, associazione che riunisce circa 250 israeliani e 250 palestinesi, tutti familiari di vittime del conflitto, lavorando in ospedale a Gerusalemme ha già ricevuto “otto giorni fa la seconda dose del vaccino Pfizer”. “Viviamo in un contesto di pochi chilometri” prosegue, “e trovo ingiusto che in un territorio così ridotto per dimensioni vi siano queste differenze sostanziali”.

“Nei giorni scorsi sono stato a Betlemme - racconta il medico e attivista - e tutti mi chiedevano del vaccino, che ho assunto ben volentieri e senza nessun effetto collaterale particolare. Sono io il primo a raccomandarlo a tutti i miei pazienti. Tuttavia, vi è una sensazione evidente di discriminazione, sembra che veniamo da un altro pianeta rispetto ai colleghi medici che operano in territorio palestinese. Era meglio preoccuparsi per tutti, mentre ancora oggi ai palestinesi non resta che tentare di difendersi con le chiusure e i lockdown”. 

Le differenze sostanziali fra Israele e Palestina emergono anche da dettagli della vita di tutti i giorni, come raccontano alla Cnn due palestinesi dell’area metropolitana di Gerusalemme, uno dei quali con la cittadinanza israeliana. Mahmoud Oudeh e Anan abu Aishe sono amici e condividono la gestione di una macelleria: il secondo dei due, avendo la cittadinanza, potrebbe ricevere a breve il vaccino anti-Covid, a differenza del primo. Egli ha deciso di rinunciare, in segno di solidarietà e per denunciare questa ingiustizia nel trattamento per i 4,5 milioni di Cisgiordania e Gaza. 

Entro la fine di marzo la campagna in Israele dovrebbe essere conclusa, in Palestina si deve ancora scegliere quale tipo di vaccino usare. Anche le Nazioni Unite parlano di differenza “inaccettabile”, ma il governo israeliano respinge le critiche sottolineando che secondo gli Accordi di Oslo, che si intrecciano e scontrano con la Quarta convenzione di Ginevra, non è compito suo provvedere alla vaccinazione dei palestinesi. 

Ad AsiaNews Hana Bendcowsky, israeliana esperta nel dialogo interreligioso, responsabile dei programma per il Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations e figura di primo piano del Centro Rossing per l’educazione e il dialogo, sottolinea due aspetti: “Vi è la questione medica” in base alla quale sarebbe preferibile “contribuire alla vaccinazione” di un popolo che vive “accanto a noi, con cui vi sono numerosi scambi quotidiani se pensiamo anche solo alle persone che lavorano negli insediamenti. In questo senso anche i palestinesi dovrebbero beneficiare del piano vaccinale”. Vi è poi la “la questione morale” per cui “noi, come israeliani, siamo responsabili di ciò che succede e non possiamo pensare che non sia un problema nostro”. 

Dietro il successo del piano vaccinale, prosegue l’esperta, vi è anche “un efficiente servizio di copertura sanitario privato” sviluppato “negli ultimi anni in maniera efficiente e che ha contribuito” alla fornitura di dosi di vaccino, alla conservazione e alla somministrazione alla popolazione. “Che paga le tasse - prosegue - e che gode di una assistenza che si è rivelata fondamentale oggi”. “Pensavo - ammette Hana Bendcowsky - che ci sarebbero state maggiori resistenze al vaccino, ma a parte qualche caso fra ebrei ultra-ortodossi e arabi israeliani, che nutrono una certa dose di sfiducia verso questo governo, tutti sono ben contenti di farsi vaccinare”. Una campagna massiccia, conclude, è che potrebbe giocare a favore di Netanyahu in vista delle elezioni di marzo, la quarta tornata elettorale in meno di due anni. 

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