Biden vuole ‘riparare’ le alleanze danneggiate da Trump: Pechino in ansia
di Emanuele Scimia

La Cina ha nostalgia di Trump, il “becchino dell’egemonia Usa”. Esperti cinesi: Continuerà la politica Usa di contenimento, rinvigorita dal rilancio delle relazioni con gli alleati. La centralità di Taiwan. Seoul potrebbe rompere il fronte anti-Cina. Il focus sull’Asia orientale spinge il neopresidente a sterilizzare lo scacchiere mediorientale.


Roma (AsiaNews) – “Ripareremo le nostre alleanze, e ci relazioneremo di nuovo con il mondo”. È l’unico vero passaggio di politica estera contenuto nel discorso di insediamento pronunciato ieri da Joe Biden. Tanto basta per fissare la direzione della politica asiatica di Washington nei prossimi quattro anni. Riappacificarsi con gli alleati e continuare la politica di duro confronto con la Cina inaugurata da Donald Trump: è con ogni probabilità la linea di condotta che il nuovo presidente seguirà in Asia.

Per la disperazione degli alleati, e il compiacimento della Cina, Trump ha messo in discussione il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti in Asia dopo il 1945: secondo la maggior parte degli esperti, il più grande asset della politica estera Usa.

Pubblicando i pareri di giornalisti, esperti e netizen cinesi, il Global Times ha attaccato in modo duro l’eredità politica di Trump. Con il suo unilateralismo, populismo e protezionismo, ha scritto ieri il tabloid nazionalista cinese, egli ha distrutto l’immagine e il soft-power degli Stati Uniti. Alcuni utenti di Weibo – noto servizio cinese di microblogging – hanno descritto Trump come il becchino dell’egemonia Usa, “l’agente sottocopertura” del Partito comunista cinese: colui che ha aiutato ad affossare la leadership dell’Occidente a favore dell’ascesa della Cina. Tutto dimostrato in modo plastico dalle decisione di Unione europea e Giappone – due storici alleati di Washington – di sottoscrivere importanti accordi commerciali con Pechino.

I cinesi accusano Trump di aver portato le relazioni sino-americane sull’orlo di una nuova guerra fredda. La sua incapacità di fare squadra con i partner asiatici ha indebolito però gli sforzi per contenere la Cina. Come fanno notare diversi autori cinesi, Biden potrebbe rappresentare un pericolo maggiore per Pechino. Egli proseguirà la politica di opposizione alla Cina di Trump, con la sola differenza che la rinnovata cooperazione con gli alleati darà più sostanza a questo orientamento. 

Non è un caso che i media nipponici, analizzando la presidenza Trump, si siano soffermati sulla sua dottrina “America First”. Per gli osservatori giapponesi, essa ha indebolito il fronte anti-Cina in Asia. A Tokyo non dimenticano che il presidente uscente ha definito gli alleati asiatici come dei “parassiti” che vivono sulle spalle dei contribuenti Usa.

L’India non è un alleato tradizionale degli Usa, ma uno stretto partner di recente conio. Il premier nazionalista indù Narendra Modi ha avuto una certa sintonia con Trump; nel congratularsi con Biden e la sua vice Kamala Harris (di origine indiane) egli ha sottolineato però la volontà di intensificare la cooperazione bilaterale, fondata su valori comuni: tra questi vi è la volontà di arrestare l’avanzata geopolitica di Pechino.

Swaran Singh, docente di studi internazionali all’università Jawaharlal Nehru di Delhi, spiega ad AsiaNews che il recente assalto al Congresso dei gruppi trumpiani ha inferto un duro colpo all’immagine della democrazia Usa. Ciò detto, egli è convinto che l’atteggiamento dell’India nei confronti di Washington non cambierà per un episodio: “Delhi ha dialogato con Trump conoscendo i suoi lati positivi e negativi. Le relazioni bilaterali [tra i due Paesi] sono ormai istituzionalizzate”.

Che Biden non abbandonerà la linea tracciata da Trump in Asia si intuisce anche dalle sue aperture a Taiwan, considerata da Pechino una provincia “ribelle” da riunificare. Ieri, per la prima volta dal 1979, quando gli Usa hanno riconosciuto la Cina a scapito di Taipei, l’incaricato d’affari taiwanese a Washington è stato invitato a una cerimonia d’insediamento.

La fortuna di Pechino è che l’opposizione nei suoi confronti guidata dagli Usa presenta delle fratture. Alla vigilia del giuramento di Biden, Moon Jae-in ha voluto precisare che egli non intende schierarsi nella contesa tra Washington e Pechino. Per il presidente sudcoreano, i rapporti con le due potenze sono di “uguale” importanza. È il mantra ripetuto anche dai Paesi del sud-est asiatico, che a prescindere dai cambi di amministrazione vogliono che gli Usa continuino a “bilanciare” l’ascesa cinese: ciò senza arrivare ad allinearsi in modo aperto alle posizioni statunitensi.

Per diversi osservatori, i prossimi 10 anni saranno cruciali per la competizione tra Usa e Cina. Pechino potrebbe sentirsi abbastanza forte da lanciare un colpo di mano, ad esempio contro Taiwan. Per far fronte alla minaccia, Biden dovrà investire molte risorse in Asia orientale, cercando di sterilizzare altri scacchieri come quello mediorientale. L’ordine esecutivo con cui ieri ha cancellato il bando di Trump all’ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette Paesi musulmani sembra andare in questa direzione.

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