Diritti umani e democrazia: i piccoli Stati Ue rivedono i rapporti con Pechino
di Emanuele Scimia

Vice ministro lituano degli Esteri: Serve una politica comune europea per cooperare con i cinesi. Il flop del summit 17+1: Xi Jinping non ha mantenuto le promesse sugli investimenti. Germania e Francia rimangono caute. Intelligence estone: la Cina vuole un mondo “silenziato” sotto il proprio dominio.


Roma (AsiaNews) – “Stiamo riconsiderando il nostro approccio verso la Cina. La Lituania vuole promuovere la cooperazione con Pechino sulla base del rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto”. Parlando ad AsiaNews, il vice ministro lituano degli Esteri Egidijus Meilūnas ha messo in chiaro entro quali limiti Vilnius intende portare avanti il dialogo con i cinesi: una posizione più “disincantata” rispetto al recente passato, condivisa da un crescente numero di nazioni europee.

Sempre più Paesi dell’Europa orientale, corteggiati dalla Cina come partner per le nuove Vie della seta (la Belt and Road Initiative), prendono le distanze dal gigante asiatico. All’annuale summit del gruppo 17+1, che si è tenuto in modalità virtuale il 9 febbraio, sei Stati membri Ue (Lituania, Lettonia, Estonia, Slovenia, Romania e Bulgaria) hanno fatto partecipare ministri di secondo piano: un affronto a Xi Jinping secondo diversi analisti. Il 17+1 è formato da Cina e da 16 Paesi dell’Europa centrale e orientale, 12 dei quali appartenenti alla Ue.

Nonostante le promesse di Xi di aumentare le importazioni di prodotti alimentari dalla regione, di semplificare i controlli doganali e di mettere a disposizione il vaccino cinese anti-coronavirus, la maggior parte delle nazioni europee del 17+1 sono insoddisfatte delle relazioni con Pechino. Esse evidenziano che gli investimenti cinesi invece che aumentare sono diminuiti, mentre il deficit commerciale con il partner asiatico si è ampliato. Il China Global Investment Tracker ha calcolato che lo scorso anno gli investimenti cinesi nella Belt and Road si sono fermati a 46,5 miliardi di dollari: nel 2019 erano stati 103 miliardi; 117 nel 2018.

Meilūnas spiega che il suo governo sta lavorando perché la Ue elabori una strategia comune per gestire le relazioni con la Cina. Egli sottolinea che i legami economici con Pechino devono fondarsi sul rispetto del sistema di valori e regole emerso a livello globale dopo il 1945: un punto che per Vilnius deve essere in cima all’agenda dell’Unione.

Il problema nello schema suggerito da Meilūnas è che la Ue rimane divisa sul come affrontare la sfida geopolitica della Cina. Nonostante i richiami di Joe Biden, ancora in attesa di insediarsi alla Casa Bianca, il 30 dicembre l’Unione ha concluso un grande accordo sugli investimenti con la Cina. In una recente intervista all’Apple Daily, l’europarlamentare slovacca Miriam Lexmann ha fatto notare che senza un impegno preciso dei cinesi sui diritti umani, il patto rischia di non essere ratificato dal Parlamento Ue.

Germania e Francia hanno voluto con forza l’intesa commerciale con Pechino. Berlino per tutelare le imprese nazionali; Emmanuel Macron per dare consistenza alla “autonomia strategica” da Washington che egli invoca per la Ue. Sono dunque piccoli Paesi come la Repubblica Ceca e le repubbliche baltiche che chiedono un approccio più duro verso la Cina, spinti con ogni probabilità anche dalle pressioni Usa.

L’intelligence estone è stata lapidaria sul tema. Nel loro report annuale, pubblicato il 17 febbraio, gli 007 di Tallinn hanno denunciato i tentativi cinesi di creare una “spaccatura” tra Stati Uniti ed Europa. Per gli estoni, il Partito comunista cinese vuole un “mondo silenziato”, dominato dalla Cina e “dipendente dalla [sua] tecnologia".

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