Il nuovo patriarca serbo e i dubbi di Mosca
di Vladimir Rozanskij

Porfirije (Perić) succede al 90enne Irinej (Gavrilović), scomparso in novembre. Una “speranza per il Vaticano” e per le relazioni ecumeniche. I legami del patriarcato serbo con Mosca. L’incognita Kosovo. I russi sostenevano gli altri due candidati.


Mosca (AsiaNews) – Il 17 febbraio è stato eletto a Belgrado il nuovo patriarca serbo, il 59enne Porfirije (Perić). Sorteggiato secondo l’antica tradizione ortodossa tra i tre candidati principali, egli succede al 90enne Irinej (Gavrilović), scomparso lo scorso 20 novembre. Molti osservatori hanno indicato nella personalità del nuovo capo della Chiesa serba una “speranza per il Vaticano” e per le relazioni ecumeniche, qualità che a Mosca suscitano invece alcune perplessità.

La Chiesa Ortodossa serba è una delle più importanti dal punto di vista numerico, radunando oltre 10 milioni di fedeli in quasi 50 eparchie, ed è da sempre considerata la “sorella preferita” del patriarcato di Mosca. Nei dittici liturgici in cui vengono ricordate le Chiese in comunione, la Serbia occupa tra la quinta e la settima posizione (su 14), a seconda del luogo della celebrazione. Mosca viene ricordata per quinta, la prima dopo le Chiese più antiche.

Nello scontro recente tra Mosca e Costantinopoli, causata dal riconoscimento dell’autocefalia ucraina nel 2018, i serbi si sono subito schierati al fianco della Chiesa russa. Questa posizione non riflette soltanto la fedeltà ai confratelli russi, ma anche i timori degli stessi serbi di subire lo stesso destino riguardo alle pretese di autonomia della Chiesa macedone e di quella del Montenegro, che la Chiesa serba ritiene parti indivisibili del suo “territorio canonico”.

Perfino nel Kosovo, Paese conteso e a maggioranza musulmano, le autorità locali vedrebbero bene una “Chiesa nazionale”. Ciò provocherebbe le acute reazioni dei serbi, che considerano il Kosovo la propria “terra madre”. Il patriarca serbo, infatti, non ha un titolo cittadino specifico come quello di Mosca o Costantinopoli, ma è anzitutto “arcivescovo di Peć” (sede del Kosovo, dove si trova lo storico monastero patriarcale), “metropolita di Belgrado e Karlovac” e quindi “patriarca di Serbia”.

Diversi vescovi serbi avevano chiesto per l’elezione di procedere con lo scrutinio segreto, come aveva consigliato anche lo scomparso patriarca Irinej, evitando l’incognita del sorteggio, poi effettuato inserendo a caso tre biglietti nelle pagine di una Bibbia. L’elezione si è svolta in un clima piuttosto teso a causa di alcuni inconvenienti, tra cui l’improvviso ricovero del presidente del sinodo, il vescovo Lavrentij di Shabać. Egli ha avuto “una seria reazione negativa al vaccino contro il coronavirus”. Al suo posto è stato scelto il vescovo Vasilij di Sremski, ma il fatto è stato considerato dai fedeli come un segnale preoccupante.

La situazione politica in Serbia è molto agitata. Nel Paese la criminalità organizzata è diffusa ai massimi livelli dell’amministrazione; rimane poi il malcontento per il Kosovo, che dal 2007 si è proclamato indipendente col sostegno dell’Occidente. La sovranità del Kosovo non è riconosciuta dalla Serbia, e neppure dalla Russia, ma lo scorso autunno Belgrado e Pristina hanno firmato un accordo di cooperazione, con la mediazione di Washington. Il presidente serbo Aleksandr Vučić teme che il nuovo patriarca possa intromettersi nei suoi piani al riguardo, rinfocolando le nostalgie nazionaliste e religiose sul territorio oggi a maggioranza albanese.

I russi invece si aspettano che Porfirije rimanga sulla linea intransigente del suo predecessore, sostenendo la posizione di Mosca contro Costantinopoli e Kiev. Lo stesso Porfirije, in un intervento alla televisione serba dopo la morte di Irinej, si era dichiarato della stessa idea del defunto patriarca, secondo cui “il popolo russo è come una grande nave, che trasporta insieme a noi l’identità e la fede slava orientale. Abbiamo gli stessi valori e le stesse idee sul mondo”. Per Irinej, però, “la stessa unità vale anche con i greci e tutti gli ortodossi”, anche se non ci sono “i legami di sangue che ci accomunano ai russi”.

Al nuovo patriarca vengono riconosciute spiccate capacità diplomatiche, evidenziate nel suo servizio alla sede di Zagabria-Lubiana, nei territori cattolici di Croazia e Slovenia, ed è riconosciuto come il più moderato dei candidati ammessi al sorteggio. Mosca avrebbe preferito uno degli altri due, il vescovo Irinej (Bulović) o il vescovo Ioannikij (Michović), sostenitori molto più decisi delle posizioni russe nelle questioni interne all’Ortodossia.

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