Gente di Kabul, fra le violenze di al Qaeda e un grazie ai militari stranieri
di Marta Allevato

Dopo i kamikaze a Kabul, l' unico sacerdote cattolico nel Paese parla della pericolosa alleanza qaedista-talebana, del malcontento della gente, del disordinato lavoro delle Ong. Ma anche dell'apprezzamento popolare verso i militari stranieri e la loro "opera di pace". Molto considerate anche le organizzazioni cattoliche.


Kabul (AsiaNews) – Kabul non è più un'"isola felice", l'unica zona dell'Afghanistan dove sembrava regnare sicurezza e legalità. Negli ultimi mesi una serie di attacchi suicidi ha scosso la città, sollevando preoccupazione per i crescenti legami tra al Qaeda e talebani. L'ultimo episodio il 5 luglio: tre autobomba sono esplose in diversi punti della città contro pullman che trasportavano militari e impiegati dei ministeri della Difesa e del Commercio. Una persona è rimasta uccisa e altre 47 ferite.

In un'intervista telefonica con AsiaNews, p. Giuseppe Moretti - unico parroco di Kabul e superiore della missio sui iuris dell'Afghanistan - analizza le cause di questa escalation di violenze: l'attesa offensiva talebana di primavera, sostenuta con forza dai qaedisti che cercano proseliti in Afghanistan, dopo la morte di al Zarqawi in Iraq. Una spinta alla violenza viene dal malcontento della popolazione, frustrata dalle promesse non mantenute dal governo e dal lavoro di Ong, che sembrano interessate più al tornaconto personale che ai bisogni degli afghani. Ma non tutti operano allo stesso modo. Il sacerdote barnabita, da anni a Kabul, ricorda il fondamentale contributo alla ricostruzione dato dai militari stranieri, "veri operatori di pace", e dalle organizzazioni cattoliche, impegnate su fronti dimenticati dai più.

Padre Moretti, come spiega l'escalation di violenze che sta vivendo l'Afghanistan? In particolare l'uso di kamikaze, modalità insolita per il Paese, e  per di più a Kabul, considerata finora la zona più sicura?

La reazione primaverile dei talebani era attesa, ma certo non con questa intensità. Il dramma dei kamikaze si è fatto vivo negli ultimi due anni ed è legato al sempre più stretto contatto dei talebani con al-Qaeda. Le autobomba sono la nuova manifestazione del terrorismo, che come una piovra ha le sue propaggini in tutto l'Afghanistan. In generale si assiste ad una crescita dell'opposizione al governo, fomentata in modo preoccupante dal recente video di Ayman al Zawahiri (numero due di Bin Laden, ndr). Il medico egiziano - dopo l'eliminazione di al Zarqawi in Iraq – ha invitato i musulmani afghani, e quelli di Kabul in particolare, a ribellarsi contro "le forze infedeli e invasori". È la prima volta che al Qaeda si rivolge in modo così diretto alla gente di Kabul. È vero, la capitale poteva essere considerata un'isola felice; il deterioramento della sicurezza è indice della debolezza del potere centrale.

E questo fa comodo al terrorismo?

Per i terroristi colpire Kabul ha un enorme 'ritorno di immagine': serve ad ottenere un più vasto consenso tra le masse, screditando il governo di Hamid Karzai e la capacità d'azione delle forze straniere. Riuscire a colpire la città più protetta è come dire: 'stiamo vincendo noi e non gli Usa e i loro alleati'. Ad ogni modo, l'autorevolezza del potere centrale è storicamente debole in Afghanistan: fuori da Kabul re o presidente sono solo nomi. Manca poi la presenza di un esercito nazionale preparato e in grado di gestire situazioni d'emergenza come gli scontri di fine maggio a Kabul, seguiti all'incidente stradale causato da un camion Usa.

Una reazione così violenta sembra indice di un profondo malcontento tra la popolazione.

Sì e su questo si innestano con facilità i talebani e i terroristi. La popolazione vede svanire le promesse di una vita migliore fatte dai politici. Purtroppo, gli ingenti finanziamenti internazionali per progetti di ricostruzione in Afghanistan vengono diretti solo in piccola parte ai locali. Lo stesso presidente Karzai ha chiesto più collaborazione e comunicazione tra le Ong e le autorità. Talvolta sembra che le Ong si comportino come davanti a un Paese 'di conquista': ognuno secondo progetti propri, senza alcun accordo con il governo. Ma i problemi sono ancora più radicali

Ce li può elencare?

Manca una politica sul lavoro: c'è una discrepanza enorme tra i salari di chi lavora per lo Stato (50 dollari al mese) e chi riesce ad essere assunto da ambasciate, agenzie Onu o dai privati stranieri (in media 200 dollari). La differenza arriva fino al 40%. Gli stipendi sono bassi mentre crescono gli affitti delle case: a Kabul un appartamento costa almeno 300 dollari al mese. E una famiglia qui ha a disposizione un solo stipendio; è raro che una moglie lavori. I contratti non tutelano i dipendenti, che possono essere licenziati da un giorno all'altro.

Manca una politica di edilizia popolare, che invece avevano promosso i sovietici, e oggi più che mai necessaria. Non esiste assistenza sanitaria, né quella sociale. Occorre riformare in modo completo l'istruzione, preparare gli insegnanti in modo adeguato, introdurre curricula di studi moderni. Come si fa a costruire una reale democrazia con un popolo ignorante? Se a questo aggiungiamo i soprusi dei signori della guerra, che continuano a spadroneggiare nella maggior parte del Paese, e quelli dei narcotrafficanti…

C'è malcontento degli afghani verso la  forza internazionale?

Non proprio. Gli afghani hanno un'allergia storica alla presenza di stranieri sul loro territorio, ma hanno molto rispetto per i militari, che stanno contribuendo a ricostruire il Paese. Parlo per esperienza personale dei soldati italiani: sono veramente operatori di pace. Ho visto le scuole che hanno ricostruito, l'assistenza agli orfanotrofi, quella veterinaria, le strade rifatte. Il punto è che bisognerebbe stabilire un termine alla missione, definirne il limite temporale. Finché i militari sono qui per un tempo determinato la popolazione li considera veramente come un aiuto alla ricostruzione del Paese e all'incremento della democrazia, ma quando la presenza diventa permanente genera ostilità.

Cosa c'è di positivo nel Paese?

Anche se a rilento, gli sforzi per la ripresa sono in atto. Non tutto è negativo. L'apporto internazionale è consistente, ma - come ho detto - andrebbe canalizzato meglio. Tra le donne c'è molto fermento, generato da una volontà di riscatto e si può credere a ragione che proprio da loro inizierà il reale rinnovamento della società.

C'è anche un impegno molto positivo delle realtà cattoliche attive nel Paese: le suore di Madre Teresa, ad esempio, appena arrivate a Kabul hanno già conquistato la simpatia di molti. I cattolici sono tra i pochi ad operare in settori come quello dell'assistenza sociale. La Caritas tedesca è la prima ad aver aperto un consultorio di aiuto psicologico. L'"Associazione pro bambini di Kabul è l'unica ad occuparsi di bambini cerebrolesi. Le organizzazioni cattoliche stanno dando un apporto fondamentale all'innovazione nel campo sociale e sanitario. E intanto attendiamo, con sempre maggiore fiducia, l'apertura della prima chiesa pubblica in Afghanistan. I segni di questa possibilità si fanno sempre più concreti anche se non si possono definire i tempi (al momento l'unica chiesa cattolica nel Paese è la cappella all'interno dell'ambasciata di Kabul, ndr).

 

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