Gli Accordi Santa Sede – Israele sono elementi di diritto internazionale
di Arieh Cohen
Vescovi ed esperti cattolici spiegano e puntualizzano la posizione della Santa Sede nei colloqui con Israele. La Chiesa non cerca “privilegi”, ma solo il riconoscimento dei diritti che lo stesso Israele ha promesso più volte di osservare.

Gerusalemme (AsiaNews) - Anche da parte cattolica si comprende sempre più che le difficoltà di Israele a realizzare e completare con leggi l’Accordo fondamentale del ’93 dipende dalla concezione che il governo israeliano ha di questo accordo e cioè il non volere riconoscerlo come trattato internazionale.

Una fonte della chiesa cattolica israeliana, esperta di diritto internazionale, ha dichiarato ad AsiaNews che “qualsiasi studente di diritto internazionale, anche al primo anno di studi, vede subito che l'Accordo Fondamentale è un trattato internazionale, e perciò un accordo giuridico e del tutto vincolante. Del resto esso è stato negoziato, firmato e ratificato  in questa forma davanti agli occhi del mondo intero. Se debba essere trasferito in legge israeliana, in ogni suo particolare, è affare dello Stato, ma il governo israeliano, davanti ai tribunali e alla Corte suprema non può definirlo ‘non vincolante’, solo perché esso stesso non l’ha tradotto in leggi”.

A proposito della difesa dello status quo per la Chiesa cattolica, diverse personalità ecclesiastiche in Israele precisano che la Chiesa non chiede dei privilegi, ma semplicemente il riconoscimento dei diritti garantiti dall’Onu stessa al momento della nascita dello stato d’Israele (1948) con la risoluzione 181 e che poi Israele ha più volte promesso alle altre nazioni e chiese di osservare. “È lo Stato di Israele che deve adattare le proprie leggi alle esigenze del diritto internazionale. Del resto, lungo gli anni gli esponenti cattolici hanno consultato varie volte massimi esperti israeliani di diritto e tutti loro confermano che non vi sono motivi per pensare che un Accordo come lo vuole la Chiesa rischi di essere delegittimato dal potere giudiziario interno di Israele".

Per quanto riguarda il tanto atteso Accordo economico, la stessa fonte esperta spiega che “va ribadito che esso deve essere – come previsto dall’Accordo fondamentale - un "comprehensive agreement", un accordo globale che risolva l'insieme delle questioni di carattere "economico" o riguardanti le proprietà, quello che gli avvocati chiamano "a settlement of all claims", proprio per assicurare che i rapporti Chiesa-Stato in Israele possano essere sereni, basati su regole condivise, e non siano più, come invece sono stati finora, teatro di continue tensioni e scontri, proprio a motivo dell'assenza di regole a tutto campo.

Interrogato su queste problematiche, il p. David Maria Jaeger, giurista francescano, noto per il suo apporto all’Accordo fondamentale, si limita ad esprimere soddisfazione per la ripresa dei negoziati e precisa che essi devono aiutare a “realizzare la visione profetica del Servo di Dio Giovanni Paolo II, che volle trasformare profondamente i rapporti delle Comunità cristiane con gli Stati in Terra Santa, e altrove nella regione, da rapporti basati, nella migliore delle ipotesi, su 'tolleranza' o 'protezione' a rapporti di libertà determinati dalle regole, da  rules-based relationships".

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