Finisce nel sangue la protesta degli "indiani" contro la Costituzione che li ignora
di Prakash Dubey
La comunità madhese, composta da oltre 13 milioni di persone, chiede più autonomia locale, giusta rappresentanza politica ed equa divisione delle risorse. In risposta, maoisti e soldati regolari sparano contro i manifestanti.
Kathmandu (AsiaNews) – Non si ferma la violenza armata contro la comunità madhese, che da una settimana assedia la regione sud-orientale del Terai per protestare contro l’attuale Costituzione ad interim che ignora i diritti dell’etnia.
 
Dall’inizio della protesta, 5 giovani esponenti dell’etnia – che riunisce i nepalesi di origine indiana – sono morti per mano dei guerriglieri maoisti o dell’esercito regolare inviato nella regione dal governo provvisorio. Oltre 150 i feriti gravi.
 
Ram Ekbal Choudhary, analista sociale, spiega che “la comunità protesta contro l’etnia pahadi (popolo delle colline), che domina il governo e la scena politica del Nepal. Sotto la loro influenza, le richieste dei madhesi non sono state neanche prese in considerazione ed ora questi si ritrovano ai margini della vita politica del Paese”.
 
Fra le richieste ignorate “una maggiore autonomia regionale, ma anche la condivisione delle risorse economiche ed una giusta rappresentanza della comunità negli organi politici nepalesi. D’altra parte, si parla di oltre 13 milioni di persone”:
 
Secondo il professor Anil Kumar Sinha, la violenza “è nata dalle provocazioni dei maoisti, che hanno aperto il fuoco contro dei giovani che protestavano in maniera pacifica a Lahan. Questo gesto ha scatenato la violenza, che si è poi propagata in tuta la regione”.
 
Per rispondere all’emergenza, il primo ministro Girja Prasad Koirala ha convocato nella capitale una riunione di emergenza con i leader degli 8 partiti politici – fra cui i maoisti – ed ha chiesto ai leader madhesi di intervenire.
 
Questi hanno rifiutato e, in un comunicato apparso oggi, hanno dichiarato di “voler continuare la loro lotta fino a che le loro richieste non saranno inserite nella Carta costituzionale”.
 
Nel frattempo, però, un sacerdote cattolico locale avverte: “Abbiamo chiuso tutte le nostre scuole, perché non vogliamo mettere in pericolo la vita dei ragazzi. Stanno tornando i tempi della guerriglia”.
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