Organizzazioni per i diritti umani: “dubbi” sull’abolizione dei laogai
La proposta cinese di riformare la "rieducazione attraverso il lavoro", e il carcere senza processo avvantaggia più i criminali comuni, che i perseguitati politici e religiosi. Vi è anche il dubbio se il tutto non resterà che lettera morta.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La decisione del governo cinese di riformare il controverso sistema di “rieducazione tramite il lavoro” è forse una buona notizia per i criminali comuni, ma “non cambia nulla alla situazione dei dissidenti politici e religiosi”. Lo denunciano diverse organizzazioni che operano per il rispetto dei diritti umani in Cina.
 
La riforma del sistema dei laojiao [che comprende tre diversi tipi di “utilità lavorativa e sociale per i criminali da recuperare” ndr] è stata annunciata ieri dalla Xinhua. Secondo l’agenzia di stampa governativa, “la Commissione permanente dell’Assemblea nazionale del popolo discuterà entro ottobre una riforma della legge sulla correzione degli atti illegali” introdotta nel 1955.
 
Secondo l’attuale legge, la polizia ha il diritto di incarcerare all’interno dei campi di rieducazione tramite il lavoro (laogai) “ogni criminale minore, o chiunque sia ritenuto un rischio per la stabilità sociale”. Questi possono essere condannati fino a 4 anni di lavori forzati senza processo.
 
La Xinhua sottolinea che la proposta di legge allo studio “riduce il termine massimo di detenzione a 18 mesi e prevede la possibilità di ricorrere in appello”.
 
Al momento non esistono dati ufficiali sui laogai e sui detenuti che vi sono rinchiusi all’interno. Secondo stime del China Labour Bullettin, organismo indipendente che monitora la situazione del lavoro in Cina, la cifra si aggira intorno alle 300mila unità.
 
Per il professor Fu Hualing, che insegna criminologia all’Università di Hong Kong, “se la legge è stata sottoposta alla Commissione permanente, verrà approvata e messa in pratica molto presto. Significa che il ministero cinese della Giustizia e quello della Pubblica sicurezza sono scesi a patti fra di loro, perché la polizia si è sempre opposta a perdere il potere di incarcerare i criminali minori senza processo”.
 
Kan Hun-cheung, membro del movimento spirituale Falun Gong [che Pechino definisce “malvagio” e perseguita con ferocia nel suo territorio ndr], è convinto che la nuova legge non aiuterà gli aderenti alle religioni che non si piegano al controllo statale.
 
Dello stesso avviso anche Bruce van Voorhis, rappresentante dell’ufficio comunicazioni della Commissione per i diritti umani in Asia, che sospetta un’applicazione della legge “riservata solo ai criminali comuni”.
 
Il sistema dei laogai, spiega, “serve a contenere le dissidenze politiche, non solo il crimine comune. Inoltre, una cosa è avere un concetto sulla carta ed un'altra è vedere come e se questo viene applicato”:
 
Mark Allison, ricercatore di Amnesty International, conclude: “Noi siamo contenti della decisione, ma abbiamo dei dubbi sulla sincerità di Pechino nel voler abolire i campi di rieducazione tramite il lavoro”.
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