Piero Gheddo: Missione Bengala I 155 anni del Pime in India e Bangladesh EMI Testi della retro-copertina (1855-2010)
Nel 1854 Propaganda Fide manda l’Istituto milanese ad annunziare il Vangelo in Bengala, che gli inglesi definivano “La tomba dell’uomo bianco”. I primi quattro missionari scrivono: “Noi siamo come pigmei che debbono portare delle montagne” Indù e musulmani erano insensibili all’annunzio del Vangelo, la missione va agli aborigeni, i primitivi delle foreste, portandovi la scuola, l’assistenza sanitaria, l’agricoltura moderna e soprattutto la pace fra le varie etnie e tribù. Fra questi popoli disprezzati e considerati “selvaggi” nasce la Chiesa. Nell’ultimo dopo guerra l’India diventa indipendente e nascono due stati, uno indù (India) e uno musulmano (Pakistan e poi Bangladesh). Si sviluppa la seconda fase della missione. Dare alla Chiesa locale solide strutture e propri vescovi, sacerdoti suore catechisti e laici inseriti come cristiani nella società moderna. Negli ultimi trent’anni, l’ultima fase storica. La capitale Dacca passa da un milione di abitanti nel 1980 a 12 milioni oggi. Qui nasce il nuovo Bengala. Il Pime vi fonda tre parrocchie e ne sta preparando altre due, mentre inizia a formare missionari bengalesi da mandare presso altri popoli e promuove il dialogo con l’islam moderato bengalese. In 155 anni (1855-2010) il Pime ha mandato in Bengala poco circa 200 missionari ed ha fondato sei diocesi in India (Krishnagar, Jalpaigury e Dumka-Malda) e in Bangladesh (Dinajpur, Khulna e Rajshahi).