18/12/2020, 13.06
PAKISTAN
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‘Come degli schiavi’: la campagna di AsiaNews per i disoccupati delle fabbriche di mattoni (VIDEO)

di Shafique Khokhar

Famiglie intere, genitori e figli, che lavorano con una paga di 7 euro ogni 1000 mattoni prodotti. Ma la povertà, la pioggia, l’inverno e la pandemia bloccano le fabbriche. Per sopravvivere si domandano prestiti al padrone, che costringe perciò una famiglia a lavorare per generazioni per ripagare il debito. Spesso si è venduti ad altri padroni, insieme al debito. C’è anche una discriminazione dovuta all’essere parte della minoranza cristiana.

Faisalabad (AsiaNews) – Da una settimana, AsiaNews ha lanciato la campagna “Pakistan: Aiuta i disoccupati delle fabbriche di mattoni”, per aiutare 45 famiglie cristiane, affamate, indebitate, senza vestiti per l’inverno. Con un dono di 15 euro si può offrire ad una famiglia un pacco di cibarie per 15 giorni. Il corrispondente di AsiaNews ha incontrato una di queste famiglie. Nella loro storia, il dramma di essere trattati “come degli schiavi”, a causa di una povertà abissale e spesso a causa della loro fede cristiana.

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Causale: “Campagna AN05 – Pakistan: Aiuta i disoccupati delle fabbriche di mattoni”

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Babar Masih ha 50 anni, è padre di quattro figli (tre figlie e un maschio). La sua famiglia poverissima risiede in una casupola data loro dal padrone della fabbrica di mattoni a Kamalpur (o Malikpur), vicino a Faisalabad. Per nutrire la famiglia, Babar, le figlie e la moglie lavorano a produrre mattoni. Il governo pakistano ha fissato un salario a cottimo: 1296 rupie (circa 7 euro) per 1000 mattoni prodotti; ma la famiglia di Babar viene pagata con sole 800 rupie (4 euro): il resto viene usato per ripagare il debito che essi hanno contratto dal padrone della fabbrica.

Nel 2017, Babar e la figlia più grande sono stati intrappolati dal padrone musulmano di una fabbrica di mattoni, che li ha accusati falsamente di furto. A causa di queste false accuse, entrambi sono finiti in prigione. Grazie all’interessamento del Comitato Nazareth e della Commissione di Giustizia e pace, essi hanno potuto avere un avvocato e garantirsi la libertà su cauzione. Il processo è ancora in corso e sperano di essere dichiarati presto innocenti.

Ma intanto, per far vivere la famiglia, essi hanno dovuto chiedere un prestito all’attuale loro padrone. Nel 2016, la figlia maggiore, Mehwish, si è ammalata di appendicite. Le spese mediche sono state in parte coperte dal Comitato Nazareth, in parte da prestiti. Ad oggi, il loro debito ha raggiunto la cifra di 285.000 rupie (1460 euro).

L’anno scorso, Mehwish si è sposata. Ma Babar non ha potuto darle nessuna dote e lei si è sposata con un altro lavoratore di mattoni. Nel 2020 essi hanno dovuto affrontare ancora più problemi a causa della pandemia. Per ordine del governo le fabbriche sono rimaste chiuse ed essi sono stati costretti ancora una volta a chiedere un prestito al loro padrone. Di fatto essi non possono trovare un altro lavoro o andare da qualche altra parte fino a che non avranno pagato il debito al loro padrone: è come una moderna schiavitù.

Ruqiya Bibi, 48 anni, la moglie di Babar Masih, racconta ad AsiaNews di altre forme di discriminazione. La maggior parte dei lavoratori nelle fabbriche di mattoni non sono registrati nel data-base ufficiale del governo (Nadra) e quindi non hanno carta di identità. Senza di essa, non è possibile avere coperture sanitarie o altri aiuti sociali. “Vi sono 45 famiglie che lavorano nella nostra fabbrica, ma nelle nostre case non c’è nemmeno una toeletta. Per i nostri bisogni dobbiamo andare nei campi. Durante la pandemia, il governo ha distribuito pacchi-cibo fra i lavoranti, ma a noi, che siamo della minoranza cristiana, il padrone e i suoi collaboratori non ci hanno dato nulla”.

Nel video che è allegato a questo articolo, ella dice: ““Ho lavorato a produrre mattoni fin da quando ero piccola. Ho dovuto affrontare tante difficoltà. Durante la pandemia da Covid-19, i padroni della fabbrica non ci hanno dato nemmeno una mascherina sanitaria o un altro strumento di sicurezza igienica. Quando sono stati distribuiti i pacchi-cibo, li hanno dati solo ai musulmani. Noi cristiani non abbiamo ricevuto nulla: abbiamo dovuto andare nei negozi a prendere cibo indebitandoci, o domandando un prestito al nostro padrone. Siamo discriminati anche a causa della nostra fede”.

“Quasi tutte le famiglie – racconta Babar - domandano prestiti ai loro padroni, e siccome non possono ripagarli, rimangono a lavorare per lui per diverse generazioni. Talvolta, un altro padrone di fabbrica di mattoni paga il debito e ci prende a lavorare nella sua fabbrica, proprio come gli schiavi. Ci è impossibile mandare i nostri figli a scuola perché tutta la famiglia per andare avanti deve lavorare a produrre mattoni, cercando di ripagare i debiti. Ma è quasi impossibile perché quando c’è pioggia, in inverno, o adesso con la pandemia, le fabbriche vengono chiuse. E così ci tocca fare ancora debiti e la situazione rimane sempre la stessa”.

“Noi siamo grati a tutti quegli amici che ci stanno aiutando e che sotto questa pandemia, provvedono per noi del cibo e qualche altra necessità. Ad oggi, a una settimana da Natale, non possiamo nemmeno dare ai figli dei vestiti nuovi, caldi, pesanti per affrontare questo freddo inverno. Abbiamo bisogno dell’aiuto del popolo di Dio e delle vostre preghiere”.

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