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  • » 01/12/2004, 00.00

    CINA

    La Cina costretta a mantenere il circolo vizioso delle miniere e dei morti

    Maurizio DOrlando

    Bloccata la strada a fonti energetiche alternative perché mancano gli investimenti necessari. La struttura semi-privata dell'economia costringe il sistema finanziario a restare gracile. I danni all'agricoltura e all'ambiente.

    Milano (AsiaNews) - La sciagura nella miniera dello Shaanxi e il fatto successivamente emerso che i dirigenti avevano minacciato di licenziamento i lavoratori che non fossero tornati sottoterra, nonostante i continui incendi facessero presagire la possibilità della catastrofe, ha confermato la "fame" di energia della Cina, dove, affinché il sistema non esploda, debbono proseguire i forti tassi di crescita. Il fatto è che a fronte di un tasso di crescita del PIL di un po' più del 9% il consumo di energia negli ultimi due anni è aumentato di circa il 16 % e nei primi sei mesi di quest'anno le importazioni petrolifere sono aumentate quasi del 40 %. Per riuscire a diversificare significativamente le fonti di energia, servirebbero forti investimenti, che il sistema finanziario cinese non può permettersi.

    Attualmente, la produzione cinese di carbone, che fornisce già circa il 61 % del fabbisogno energetico, non può essere aumentata, non perché l'estrazione provoca ogni anno la morte di decine di migliaia di minatori, ma per due ragioni strettamente economiche e politiche. Le centrali a carbone, infatti, non sono più incrementabili: il loro approvvigionamento blocca il sistema di trasporti dell'intero Paese ed il loro funzionamento ha effetti molto negativi sul clima, con conseguenze negative per esondazioni dei grandi fiumi e insufficiente produzione alimentare, soprattutto di cereali. D'altro canto il ricorso all'energia idroelettrica o al nucleare richiede non solo tempi lunghi per la costruzione di centrali, ma anche enormi investimenti in capitale fisso di cui la Cina non dispone e che le sue banche risultano inadeguate a finanziare per intero. 

    Il sistema finanziario cinese, infatti, è gracile perché la dirigenza politica ha finora scaricato sui bilanci delle banche il peso dei fallimenti di mezzo secolo di economia collettivistica. Dato poi l'insufficiente gettito fiscale, i politici debbono sempre ricorrere ai bilanci delle banche per finanziare la realizzazione delle infrastrutture essenziali, delle quali, nei decenni precedenti, si è accumulato un notevole fabbisogno arretrato. Si tratta quindi di opere pubbliche ed impianti spesso realmente necessari che, inoltre, sono indispensabili al mantenimento del consenso popolare, soprattutto nelle provincie.

    Sistema finanziario gracile

    La debolezza del sistema finanziario cinese in termini di crediti in sofferenza è comunque tale che il governo ha dovuto utilizzare per la ricapitalizzazione delle banche una quota considerevole delle riserve valutarie accumulate con l'imposizione di un tasso fisso di cambio dello yuan renminbi molto sottovalutato. Dato poi che, specie nelle provincie, rimangono immutati i criteri di erogazione del credito - concesso in base a considerazioni politiche - non è improbabile che il governo anche in futuro sia costretto a ripianare le perdite bancarie per le sofferenze sui fidi. Questo significa che, molto probabilmente, le autorità anche in futuro dovranno continuare ad imporre al Paese ed al resto del mondo una forte sottovalutazione del tasso di cambio. In altri termini finché in Cina, in un contesto di economia semi privatizzata, permarrà la forma comunista dello Stato, sarà pur sempre necessario ricapitalizzare periodicamente il sistema bancario. È ovviamente probabile che tali future ricapitalizzazioni avvengano in via indiretta per salvare la faccia con il WTO, l'Organizzazione mondiale del commercio, con cui la Cina ha preso precisi impegni anche in merito alla liberalizzazione del credito. Nella sostanza però la gracilità intrinseca del sistema finanziario e bancario appare destinata a rimanere tale. È quindi francamente impensabile che le risorse finanziarie per un adeguato programma d'investimenti fissi nel settore dell'energia idroelettrica e nucleare possano essere reperite internamente.

    I dubbi della comunità internazionale

    Né si può immaginare che a supplire in misura adeguata siano le grandi banche internazionali. Per gli impianti idroelettrici o nucleari, come generalmente per tutte le infrastrutture, è necessario prevedere piani di ammortamento a trenta, quaranta, in certi casi addirittura a cinquant'anni. Di conseguenza è probabile che le banche internazionali, nonostante gli elogi di facciata, prendano in considerazione almeno due tipi di rischio sistemico: o un possibile collasso del sistema in Cina sotto il peso delle sue enormi contraddizioni già ora percettibili o una collisione con i Paesi occidentali in risposta a tali contraddizioni. Ciò non esclude che in futuro le banche internazionali offrano un minimo di sostegno finanziario a lungo termine, quantomeno per considerazioni di facciata. Il punto è che per una reale efficacia il livello di investimenti è tale che occorrerebbe che la Cina potesse permettersi un livello di indebitamento pubblico simile a quello dei Paesi occidentali. Immaginare ciò è però attualmente irrealistico, almeno fintanto che la Cina è inserita, o meglio, vuole rimanere inserita nel novero dei cosiddetti Paesi emergenti. Secondo uno studio del Fondo monetario internazionale, infatti, i Paesi emergenti non possono andare oltre una soglia critica di indebitamento pubblico del 60 % del PIL. Oltre tale soglia diventa statisticamente elevato il rischio d'insolvenza e collasso finanziario. A titolo di esemplificazione quando si è verificata l'insolvenza dell'Argentina il suo debito pubblico era del 54 % del PIL.

    Questa regola sembra non valere per i Paesi occidentali. Ad esempio il debito pubblico del Giappone è pari al 170 % del PIL, quello italiano è arrivato a toccare il 110 % . Gli Stati Uniti, poi, all'elevato indebitamento pubblico, assommano l'accumulo di decenni di deficit della bilancia commerciale senza che ciò scalfisca il ruolo del dollaro quale moneta di riferimento degli scambi internazionali. Il fatto è che l'indebitamento dei Paesi occidentali da passività per la finanza internazionale vale quali attività primarie, cioè moneta contante per il resto del mondo. Questo è, in un certo senso, l'aggio conseguente alla sovranità monetaria internazionale, cui di fatto la Cina non ha accesso per sua stessa scelta. Alla Cina, infatti, è stato formalmente offerto di entrare a far parte del G8, il club informale delle economie occidentali che funziona da reale direttorio economico mondiale, ma ha rifiutato. Di conseguenza, pur volendo modernizzarsi in fretta e pur avendo un disperato bisogno di risolvere la propria crisi energetica, la Cina sa di non poter oltrepassare un modesto livello di indebitamento con l'estero sia pubblico che privato. Il suo rischio sarebbe altrimenti di finire strangolata nella morsa dei rimborsi.

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