23/04/2016, 12.07
ISRAELE - PALESTINA
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A Tel Aviv un asilo su misura per i figli dei migranti. P. David: come Gesù, siamo una famiglia

Il nido ospita 52 bambini fino ai tre anni, di nazionalità filippina, sudanese, eritrea, indiana e singalese. All’interno vi sono anche due bambini autistici e uno affetto da sindrome di Down. Responsabile pastorale migranti: “Non guardiamo ai numeri, al profitto”, ma offrire un “modello multiforme” di accoglienza. Un genitore: “i più piccoli ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno”.

Tel Aviv (AsiaNews) - Una struttura “molto vicina a essere una famiglia”, contraddistinta da “una spiritualità che ci fa sentire una cosa sola”, perché “anche Gesù era un piccolo migrante” e pure lui “ha vissuto la stessa esperienza di questi bambini, che sanno cosa vuol dire essere minacciati”. Così p. David Nehaus, responsabile della Pastorale dei migranti del Patriarcato latino di Gerusalemme, racconta l’esperienza “di misericordia” dell’asilo nido di Tel Aviv dedicato ai figli degli immigrati. Una struttura essenziale, perché se è vero che Israele accoglie i figli dei rifugiati e apre loro le porte delle scuole statali, non vi sono realtà educative dedicate ai minori di tre anni in tutto il territorio.

Una carenza, spiegano fonti locali, che ha portato alla diffusione di nidi privati, anche all’interno di luoghi affollati e inospitali, in cui decine di bambini vengono rinchiusi in condizioni sanitarie disastrose, senza la possibilità di giocare, svagarsi e interagire fra loro. Lo scorso anno cinque di questi piccolissimi sono morti in una struttura privata, soprannominata “garage dei bambini”, vittime innocenti di condizioni precarie e incuria.

Ecco perché il comitato della Chiesa di Terra Santa preposto alla pastorale per i migranti ha voluto trovare una soluzione - almeno parziale - per rispondere al problema, dando vita prima a un nido a Gerusalemme che accoglie 22 bambini, poi a Tel Aviv. Una struttura nata grazie allo sforzo comune dalla Chiesa locale, dal vicariato di san Giacomo e da una Ong locale chiamata Unitaf, specializzata nell’affrontare i problemi dello sviluppo nella prima infanzia.

“Israele possiede strutture eccellenti per minori fra i tre e i 18 anni - spiega p. David in un’intervista al Christian Media Center (Cmc) - ma nessuna al di sotto dei tre. E quelle che ci sono sono molto care, i figli degli immigrati non hanno soldi a sufficienza per iscriverli”. Inoltre, i bambini “non possono restare a casa” con i genitori perché spesso questi ultimi lavorano o “non sempre hanno di che dar loro da mangiare”.

La nostra struttura, prosegue il sacerdote, “non guarda ai grandi numeri, non prende più bambini di quanti non sia in grado di accoglierne, non si interessa dei soldi e non vuole fare profitto. Vogliamo offrire “un modello di ciò che è possibile”, prosegue, dando vita a “un progetto multiforme grazie a un’equipe fantastica e la collaborazione della comunità locale”. “Siamo davvero vicini - conclude - a essere un’unica cosa, a una spiritualità che ci fa sentire una famiglia”.

Oggi il centro di Tel Aviv accoglie ogni giorno 52 bambini figli di immigrati e richiedenti asilo con situazioni familiari difficili. In fase di costruzione esso ha puntata molto alla realizzazione di un ambiente gradevole, sicuro e adatto ai più piccoli mentre i loro genitori sono al lavoro. Il nido apre le porte alle 7 del mattino ed è attivo sino alle 6 di sera; ad occuparsi dei piccoli ospiti vi sono un gruppo di donne, ciascuna delle quali ha in carico un massimo di sei bambini.

La maggior parte di essi è di origine eritrea, ma vi sono anche lattanti provenienti dalla comunità eritrea, filippina, sudanese, indiana e singalese. All’interno della struttura vi sono anche due bambini con problemi di autismo e uno affetto da sindrome di Down.

Nei prossimi mesi è prevista la sistemazione di altri alloggi, in modo da poter ospitare una dozzina di bambini in più. In questo modo le donne migranti possono trovare un lavoro e guadagnare una somma di denaro, oltre che trovare un alloggio confortevole e un riparo sicuro per i loro figli.

A sorvegliare il tutto suor Dinesha, originaria dello Sri Lanka, con studi specializzati in pedagogia e cura dell’infanzia che racconta di bambini “bisognosi di particolare cura e attenzione”. Assieme a lei vi è anche un’assistente sociale, Caterina, proveniente dalla pastorale per i migranti, che si occupa della distribuzione di aiuti e del buon funzionamento della struttura.

Kiflom, eritreo, padre di due figli (maschio e femmina), è entusiasta del centro in cui lavora anche la moglie, cui è affidata la cura di sei bambini. “Per capire la differenza - racconta - basta guardare le condizioni in cui vivono di solito i nostri bambini. Gruppi di 40 o anche 50, nella stessa stanza, mentre qui una persona si occupa solo di sei bambini. È molto diverso, perché qui non si opera per il guadagno e i più piccoli ricevono tutto ciò di cui hanno bisogno”.

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