18/01/2018, 13.20
EGITTO-LIBANO
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Al Cairo, musulmani e cristiani si incontrano per Gerusalemme, ‘la causa delle cause’

di Fady Noun

Si è tenuta il 16 e 17 gennaio all’istituto sunnita al-Azhar. Hanno preso parte molte personalità del Libano, fra cui il patriarca maronita Bechara Raï. I mondo arabo diviso fra “complice passività” e “discorsi rumorosi ma inefficaci”. Ex-premier libanese: coordinare le azioni per una maggiore efficienza al servizio di una “identità pluralistica di Gerusalemme” e della “libertà religiosa”. Card. Raï: serve preghiera congiunta, la solidarietà interreligiosa islamico-cristiana in tutto il mondo arabo e sostenere i palestinesi.

Egitto (AsiaNews) – Una conferenza islamico-cristiana internazionale di due giorni si è tenuta al Cairo (16-17 gennaio), per iniziativa del grande imam dell’importante istituzione sunnita al-Azhar, Ahmad el-Tayyed, dal tema “L’identità araba della Città santa (al-Quds, Gerusalemme) e il suo messaggio”, in presenza del papa Tawadros III dei copti-ortodossi. Deve essere emanata una dichiarazione finale.

Un numero significativo di personalità libanesi laiche e religiose hanno partecipato alla conferenza. Così, l’ex-primo ministro Siniora ha presieduto a un incontro, a cui il card. Raï e Tarek Mitri, ex-ministro della cultura sono intervenuti.

Le personalità libanesi comprendevano anche l'ex capo di Stato Amine Gemayel, il ministro degli interni Nouhad Machnouk, il mufti della repubblica Abdellatif Deriane, il metropolita di Beirut, Elias Audi, l'arcivescovo maronita di Beirut Boulos Matar, Aram I dei Catholicos di Cilicia, nonché l'ex deputato Farès Souhaid, e il segretario generale del Comitato nazionale per il dialogo cristiano-musulmano Mohammad Sammak.

All’apertura della conferenza di al-Azhar, Fouad Siniora ha messo in guardia contro una deriva terrorista, mentre il patriarca maronita, il cardinal Bechara Raï applaude la causa della “solidarietà spirituale” e di un lobbismo beninteso. "Cosa fare, dopo il riconoscimento di Gerusalemme per gli Stati Uniti come capitale d’Israele?” potrebbe essere il titolo dell’intervento di Fouad Sinior, come di tutti gli altri, dato che è proprio sul dilemma fra passività complice e discorsi rumorosi ma inefficaci, che gli arabi si interrogano oggi.

Va sottolineato, inoltre, che la conferenza su Gerusalemme al Cairo si svolge in parallelo, per non dire in competizione, con la 13ma sessione della Conferenza dell'Unione parlamentare dei Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (aperta il 16 gennaio) a Teheran, che ha a sua volta fatto di Gerusalemme la “causa delle cause” del mondo musulmano. Una concomitanza che mette in risalto la scissione sunnita-sciita che spacca il mondo arabo e musulmano.

Siniora : Non possiamo arrenderci

Che fare, in effetti? “Non arrenderci, né cedere alla disperazione o allo scoraggiamento, rifiutarci di assistere alla distruzione della volontà dell’umma islamica – ha sottolineato l’ex-primi ministro – rifiutarci di ricorrere ad azioni negative, d’intraprendere la via dell’intolleranza e di deviare verso una violenza omicida che condurrebbe al terrorismo”. Fra questi due estremi, Siniora raccomanda il realismo. “Non è vero che le parole resteranno allo stadio delle parole”, ha detto lui, incoraggiando i regimi arabi a “imparare le lezioni delle loro guerre e dei loro negoziati passati”, e di fissare i proprio occhi sulla “lotta infaticabile” del popolo palestinese. “Noi abbiamo dei punti di forza che non dobbiamo trascurare”, ha concluso Siniora. “Non usiamo la scusa della loro insufficienza o della loro inefficienza nell’immediato, per rinunciare. Concentriamoci su un obiettivo: costruire uno Stato palestinese con Gerusalemme come capitale. Teniamoci fermi alla nostra fede musulmana, araba e cristiana per i diritti nazionali del popolo palestinese (...) Sosteniamo le risoluzioni della legalità internazionale (...) e coordiniamo le nostre azioni per una maggiore efficienza al servizio di una “identità pluralistica di Gerusalemme” e della “libertà religiosa”. “Cristiani e musulmani consolidano l'identità e il messaggio di al-Quds, la capitale dello Stato palestinese, evidenziando l'importanza e il carattere sublime della nostra lunga esperienza passata e presente di convivenza come modello di vita”, ha concluso Siniora.

La soluzione dei due Stati

Da parte sua, il patriarca Béchara Raï ha tracciato la storia del movimento sionista e la creazione dello Stato di Israele, passando in esame la posizione del Vaticano su Gerusalemme. Il capo della Chiesa maronita ha affermato che la Santa Sede, per volere di papa Francesco, ha recentemente (8 gennaio 2018) difeso il diritto dei palestinesi di avere un proprio Stato, sostenendo la cosiddetta soluzione dei “due Stati”. La Santa Sede, ha ricordato, si è data la regola di non entrare mai in dispute territoriali tra Paesi, ma non riconosce l’annessione di Gerusalemme est da parte di Israele, attenendosi alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite del 20 agosto 1980 che condanna la proclamazione di Gerusalemme da parte di Israele come capitale “unica e indivisibile”.

Preghiera e solidarietà interreligiose

Cosa fare? A questa domanda iniziale il patriarca ha risposto invocando la preghiera congiunta, la solidarietà interreligiosa islamico-cristiana in tutto il mondo arabo, il sostegno alla presenza demografica palestinese attraverso la fondazione di famiglie, l'attaccamento alla proprietà e il congelamento di ogni esodo o movimento migratorio, il rafforzamento del senso di appartenenza e educazione all'amore per la Città Santa nelle case, scuole e luoghi di culto, l’uso intelligente di media, e infine il lobbismo persistente e a lungo termine.

Da parte sua, Tarek Mitri ha menzionato un argomento che conosce bene, poiché vi ha dedicato un libro (“Nel nome della Bibbia, nel nome dell'America”): i sionisti cristiani. È sotto la loro influenza, ha spiegato, dal momento che rappresentano quasi un quarto del suo elettorato, che il presidente Trump ha preso la decisione di trasferire l'ambasciata degli Stati Uniti nella Città Santa. Questi movimenti evangelici sostengono il progetto politico dello Stato ebraico nel nome di una visione millenaria della storia, credendo così di affrettare la seconda venuta di Cristo.

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