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    » 09/03/2007, 00.00

    CINA

    Anp: alla fine in Cina arrivò la proprietà privata



    Pur ostacolata dai comunisti radicali, presentata la legge che difende investimenti, case, terreni privati. Ma il problema è che si vigili sull’attuazione. Anche la Chiesa attende il ritorno delle sue proprietà legittime.

    Pechino (AsiaNews) – La tanto attesa legge sulla proprietà privata è stata presentata ieri all’Assemblea nazionale del popolo e sarà votata entro venerdì 16 marzo, alla fine dell’assemblea.

    La bozza di legge, già pronta nel 2002, ha subito un iter difficoltoso: almeno 100 incontri e dibattiti nel Comitato permanente dell’Anp. La resistenza viene dai comunisti più radicali, che vedono in essa il fallimento degli ideali socialisti. Dopo l’approvazione, che sembra ormai assicurata, la legge sarà in vigore a partire dall’ottobre 2007.

    Wang Zhaoguo, vice-presidente del Comitato permanente dell’Anp, ha presentato ieri la bozza e i vantaggi che essa presenta per la società cinese, mettendo sullo stesso piano la difesa della proprietà pubblica e quella privata.

    I 247 punti della bozza di 40 pagine presentano pure una forte difesa della proprietà dello stato contro “il possesso illegale, saccheggio, condivisione illegale, sequestro, distruzione”. In tal modo si pensa di frenare la svendita a basso prezzo di industrie ed edifici di proprietà dello stato che con troppa facilità passano nelle mani dei privati (spesso membri del Partito).

    Un’altra parte della legge mette limiti molto stretti nei trasferimento dei diritti d’uso della terra e proibisce tali trasferimenti per i terreni su cui vi sono anche case. Questi elementi dovrebbero frenare gli espropri delle terre ai contadini da parte di membri del Partito senza scrupoli, che hanno causato la maggior parte delle rivolte sociali di questi anni.

    La bozza precisa anche i vari tipi di proprietà privata (investimenti, case, conti bancari individuali, ecc..) e mette strette condizioni sui compensi da dare ai proprietari in caso di esproprio da parte dello stato.

    Ieri è stata anche presentata la legge che unifica la tassazione delle imprese straniere e locali, fissando al 25% le tasse. Finora le ditte straniere erano facilitate con tasse al 15% (le locali con il 33%).

    La legge, che andrà in vigore il prossimo anno, porterà a una diminuzione di 134 miliardi di yuan (13, 4 miliardi di euro) delle entrate fiscali da imprese cinesi e un aumento di 41 miliardi di yuan (circa 4 miliardi di euro) dalle imprese straniere.

    Molti analisti applaudono all’arrivo delle due leggi, perchè esse rendono più credibile lo slogan della “società armoniosa” del presidente Hu Jintao, ma mettono in guardia su un problema: in Cina il problema non sono le leggi, ma la vigilanza sulla loro applicazione.

    Ne è prova la situazione di molte proprietà della Chiesa cattolica. Sebbene vi siano regolamenti voluti da Deng Xiaoping e da Jiang Zemin sul ritorno di edifici e terreni sequestrati ai tempi di Mao e della Rivoluzione culturale, finora circa l’80% dei beni della Chiesa è in mano a segretari dell’Associazione Patriottica e a membri dell’Ufficio affari religiosi, che li usano per i loro scopi privati.

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