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» 16/10/2007 12:01
IRAQ
Apprensione per i due sacerdoti a Mosul: i rapitori hanno sospeso i contatti
Da quando è stata comunicata l’impossibilità di pagare l’elevato riscatto richiesto per p. Ishoa e p. Afas, i sequestratori non si sono fatti più sentire. I cristiani pregano, mentre a Baghdad continuano le minacce e l’esercito turco spara su un villaggio cristiano in Kurdistan.

Mosul (AsiaNews) – C’è apprensione e preoccupazione tra i cristiani iracheni in patria e all’estero: da più di 24 ore si sono persi i contatti con i sequestratori dei due sacerdoti siro-cattolici rapiti lo scorso 13 ottobre a Mosul. A raccontarlo ad AsiaNews fonti ecclesiastiche legate alla diocesi siro-cattolica. Intanto da Baghdad continuano ad arrivare notizie di minacce e il confronto tra curdi e Turchia al confine colpisce un villaggio cristiano.
 
Domenica i rapitori, la cui identità risulta ancora sconosciuta, hanno chiesto un riscatto di un milione di dollari al vescovo mons. Basile George Casmoussa per la liberazione di p. Mazen Ishoa, 35 anni, e p. Pius Afas, di 60. Il presule, anche lui rapito e poi rilasciato due anni fa, ha risposto “di non avere una somma così alta e dall’altra parte del telefono hanno chiuso la comunicazione”. “Da allora – continuano le fonti – non si sa nulla, noi cristiani continuiamo a pregare, è l’unica cosa che possiamo fare, ma abbiamo molta paura e siamo preoccupati dell’assenza di notizie sulla sorte dei nostri due sacerdoti”. Dopo la guerra, la comunità dei siro-cattolici a Mosul si è ridotta a circa 300 famiglie, seguite da soli tre sacerdoti.
 
La sensazione più diffusa tra i cristiani iracheni è che il mondo li ha abbandonati. “Solo il Papa si ricorda di noi”, confidano ad AsiaNews alcuni laici e religiosi siro-cattolici. P. Ishoa e p. Afas sono solo l’ultimo esempio della minaccia che incombe sui cristiani d’Iraq. Il sito Ankawa.com racconta la storia di 11 famiglie cristiane costrette in questi giorni a lasciare Baghdad per via delle intimidazioni ricevute. Ad alcune è successo che appena gli uomini delle milizie, per lo più sciite, hanno saputo che un loro figlio era è emigrato, si sono recati dal padre accusandolo: “Tuo figlio è un traditore, lavora per gli americani, quando torna per le ferie fallo venire al nostro ufficio”. Così il padre è costretto ad avvertire il figlio di non fare mai più ritorno a casa, prende il resto della famiglia e parte per il nord o i Paesi confinati.
 
Dalla capitale i cristiani lamentano la completa “impotenza” di fronte a questi casi di minacce e soprusi. “Siamo l’unica comunità – spiegano – a non voler organizzare una propria milizia; ora in Iraq vince solo la violenza e chi è armato e i cristiani non fanno paura. Il governo non esiste: in altri casi che riguardano sciiti o sunniti spesso si aprono indagini almeno formali, ma per noi non si scomoda nessuno”.
 
E in Kurdistan, fino a pochi mesi fa oasi di pace e rifugio per i profughi interni, la situazione va peggiorando. La Turchia preme ai confini per colpire i ribelli curdi. Il 14 ottobre l'esercito turco ha annunciato il bombardamento di una zona della frontiera nord dell'Iraq come rappresaglia per gli attacchi dei miliziani del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) infiltratisi nel Kurdistan iracheno. Il villaggio colpito, Enishke, è cristiano.

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