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  • » 10/09/2012, 00.00

    IRAQ

    Arcivescovo di Kirkuk: “matrice politica” dietro le violenze settarie in Iraq

    Joseph Mahmood

    Una serie di attentati in tutto il Paese hanno causato circa 100 morti e oltre 350 feriti. Le violenze una risposta alla pena capitale inflitta in contumacia al vice-presidente sunnita Tariq al-Hashemi. Mons. Sako: governo diviso, progetto di riconciliazione lontano, nazione frammentata e tratti “comuni” alle vicende in Siria, anche l'impatto dei paesi vicino è forte. Speranze di pace e prospettive future dalla visita di Benedetto XVI in Libano.

    Kirkuk (AsiaNews) - "Sono violenze legate alla tensione settaria e confessionale, si tratta di attacchi politicizzati, penso non riguardi la mafia locale o gruppi terroristici vicini al fondamentalismo islamico". Così mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, nel nord dell'Iraq, giudica l'ondata di attentati che hanno insanguinato ieri il Paese, provocando quasi cento morti e oltre 350 feriti in 20 diversi episodi. Agli attacchi si aggiunge anche la pena capitale inflitta in contumacia al vice-presidente sunnita Tariq al-Hashemi, per aver organizzato squadre della morte responsabili di almeno 150 uccisioni. "Gli attentati - aggiunge il prelato ad AsiaNews - hanno una matrice politica, con tratti comune alle vicende in Siria e agli eventi che caratterizzano la regione mediorientale". In un quadro dalle tinte fosche e piagato da una spirale di violenza senza fine, la visita del papa in Libano dal 14 al 16 settembre rappresenta per la Chiesa "un'occasione di incoraggiamento alla costruzione di ponti di dialogo e di pace soprattutto con i musulmani. Anche se, al momento, tutto è complicato, se non quasi bloccato, dalla situazione politica".

    Ieri una serie di attentati hanno colpito diversi quartieri a maggioranza sciita a Baghdad, in risposta alla condanna a morte del vice-presidente sunnita Tariq al-Hashemi. Si è trattato di una delle più "sanguinose" giornate dell'anno, con oltre 100 morti in tutto il Paese cui si aggiungono almeno 350 feriti in un bilancio ancora provvisorio. Colpite la capitale, Kirkuk nel nord, Amara nel sud-est, Dujail a nord di Baghdad, Nassiria nel sud del Paese e altri episodi minori a Baquba, Bassora, Samarra e TuzKhurmatu.

    Le violenze sono divampate a poca distanza dalla condanna i contumacia per il vice-presidente al-Hashemi, della minoranza sunnita, accusato di aver organizzato squadroni responsabili di almeno 150 vittime. Fino al dicembre scorso, al momento dell'accusa, egli era il politico di punta della fazione sunnita in seno al governo irakeno, sostenuto da un'ampia maggioranza sciita. Egli si è rifugiato nella regione autonoma del Kurdistan, nel nord, poi è fuggito in Qatar e Turchia. Nel corso del processo nella capitale, alcuni elementi a lui vicini in passato hanno confessato che il vice-presidente in persona ha ordinato decine di omicidi. I critici parlano di "accuse motivate politicamente", ma fonti di AsiaNews riferiscono che "vi sono prove in base alle quali emerge che non è innocente".

    "Alla base degli attacchi - commenta mons. Sako - vi è una fortissima tensione fra la fazione sunnita e la maggioranza sciita ed è evidente la natura settaria e confessionale di queste violenze". Nella sola Kirkuk, prosegue l'arcivescovo, vi sono state quattro esecuzioni mirate di persone innocenti. "L'obiettivo - afferma il prelato - è destabilizzare il Paese" anche perché "il governo centrale manca di unità e forza politica anche in seno alla stessa maggioranza sciita. Vi è grande tensione, non c'è dialogo fra gruppi ed emergono barriere sempre più spesse".

    In realtà, continua l'arcivescovo di Kirkuk, tutta la regione mediorientale "è come un vulcano" e i riflessi della crisi che colpisce i Paesi che la compongono finiscono per segnare anche l'Iraq. In questo quadro diventa ancora più importante la visita in Libano di Benedetto XVI: "Dal papa aspettiamo parole di speranza - sottolinea il prelato - e di incoraggiamento per la Chiesa, che deve costruire ponti di pace e dialogo con  tutti, ma soprattutto coi musulmani". Egli conferma che "l'esodo della comunità cristiana" dall'Iraq "continua e interessa aree in cui essi vivono in pace. Poco viene fatto per aiutarli a restare nella terra di origine, al contrario vengono fatti partire di proposito".

    "Serve un vero dialogo - conclude mons. Sako - fra le Chiese del Medio oriente e un'analisi seria e profonda della realtà, che preveda piani futuri e soluzioni in prospettiva; servono passi concreti per restituire fiducia e una visione del futuro dei cristiani nella regione e di tutto il Medio oriente". 

     

     

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