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  • » 20/01/2014, 00.00

    MYANMAR

    Arcivescovo di Yangon: Dall’unità la via per il battesimo di un nuovo Myanmar

    Francis Khoo Thwe

    Per la “Settimana di unità dei cristiani” mons. Bo lancia un messaggio di unione e collaborazione fra le diverse anime del Paese. Dalla difesa dei deboli e degli oppressi, i cristiani riscoprono una unità che supera le differenze teologiche e liturgiche. Il prelato invoca la restituzione di scuole e progetti avviati nel tempo dalla Chiesa birmana.

    Yangon (AsiaNews) - È un invito "all'unità" quello lanciato da mons. Charles Bo, arcivescovo di Yangon, nel messaggio rivolto ai fedeli durante le celebrazioni del fine settimana alla cattedrale di Santa Maria, in occasione della "Settimana di unità di cristiani". Un monito che non vale solo per cattolici, protestanti e ortodossi, ma si estende a tutte le religioni e alle diverse anime di una nazione caratterizzata da forti contrasti, soprattutto fra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana. Sono dei giorni scorsi gli ultimi focolai di violenza in Myanmar, concentrati nello Stato occidentale di Rakhine dove si è registrato un attacco a un villaggio musulmano; vi è poi la campagna di un gruppo di monaci per l'approvazione di una legge parlamentare che limita i matrimoni misti. Il prelato richiama il battesimo di Gesù nel Giordano e ricorda che anche il Paese vive una fase di rinnovamento, caratterizzata da "opportunità e sfide" da raccogliere e sfruttare.

    Con un richiamo all'esortazione "Evangelii Gaudium" di Papa Francesco, mons. Bo chiede ai fedeli di "guardare il mondo con gli occhi dei più poveri e vulnerabili". In una sola frase, commenta, il Pontefice ha saputo richiamare "il messaggio centrale" dell'incarnazione di Cristo: "Che tutti noi dobbiamo rinascere nelle sofferenze degli altri, [...] oppressi ed emarginati". Mons. Bo ricorda le difficoltà vissute dai cristiani birmani, con la confisca di beni e istituzioni, assieme a "pesanti restrizioni" alla pratica del culto. "Abbiamo sofferto - ha aggiunto il prelato, nel messaggio inviato ad AsiaNews - ma siamo sopravvissuti".

    Nel compito comune di assistere i malati e i poveri, continua mons. Bo, i cristiani possono ritrovare quella "unità" che supera le "differenze teologiche e liturgiche", guardando al volto di Cristo in cinque diverse categorie di persone che hanno bisogno di aiuto e sostegno. In primo luogo, il prelato ricorda i migranti in Malaysia, Thailandia, India; quanti sono costretti a vivere nei centri di accoglienza dopo essere fuggiti dalle persecuzioni; gli sfollati nel Paese (oltre tre milioni), senza casa né assistenza.

    A questi si aggiungono le vittime del traffico di vite umane e gli schiavi moderni del lavoro, del sesso "il cui pianto silenzioso" urla il bisogno di "cura pastorale e ritorno a casa". Vi sono poi i tossicodipendenti - un fenomeno in continua crescita - e le vittime delle confische dei terreni: la mafia delle terre, racconta mons. Bo, ha privato le persone (in particolare i cristiani e le minoranze etniche) di porzioni enormi di terre e proprietà. Da ultimo, egli lancia un appello perché anche alla Chiesa birmana siano restituiti i terreni e le scuole, per dare un nuovo impulso "al grande lavoro fatto [dai cattolici] nel campo dell'educazione e della sanità" in Myanmar come in molte altre nazioni. 

     

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