21 Gennaio 2018
AsiaNews.it Twitter AsiaNews.it Facebook
Aree geografiche




  • > Africa
  • > Asia Centrale
  • > Asia del Nord
  • > Asia del Sud
  •    - Afghanistan
  •    - Bangladesh
  •    - Bhutan
  •    - India
  •    - Nepal
  •    - Pakistan
  •    - Sri Lanka
  • > Asia Nord-Ovest
  • > Asia Sud-Est
  • > Europa
  • > Medio Oriente
  • > Nord America
  • > Sud America
  • > Asia dell'Est


  • » 25/11/2013, 00.00

    MYANMAR – INDIA – ONU

    Attivista birmano: dietro il dramma Rohingya, giochi di potere per colpire il Myanmar

    Francis Khoo Thwe

    Tint Swe parla di un "fronte comune" nel Paese contro la risoluzione Onu, che preme per la cittadinanza alla minoranza musulmana. Oggi nazioni e movimenti islamici si ergono a difesa dei Rohingya, ma in passato “non hanno mostrato altrettanta generosità”. Il popolo birmano “si sente minacciato”; gli attacchi mettono a rischio il cammino di democratizzazione e sviluppo.

    Yangon (AsiaNews) - In Myanmar si è creato un fronte comune, contrario alla risoluzione Onu che auspica la cittadinanza per la minoranza musulmana Rohingya; non solo il governo, come succedeva spesso in passato, ma anche fra i partiti politici (compresi quelli di opposizione) e sui social network si moltiplicano "critiche univoche". È quanto afferma ad AsiaNews Tint Swe, presidente del Burma Center Delhi in India, già rappresentante all'estero della Lega nazionale per la democrazia (Nld), esule e attivista birmano di primo piano. Perché "se in passato" i documenti delle Nazioni Unite sui diritti umani nel Paese "erano accolti con favore da una popolazione oppressa" e rappresentavano un "incoraggiamento", oggi sono visti "con occhi diversi" e sono fonte di "delusione".

    Da settimane nella ex Birmania si registra un forte dibattito sulla questione Rohingya, una minoranza musulmana perseguitata che non gode di cittadinanza. In particolare dopo il richiamo delle Nazioni Unite, che con la risoluzione del 20 novembre scorso premono su Naypyidaw perché estenda loro il diritto. Pressioni peraltro rispedite al mittente dalle autorità birmane, che ritengono i Rohingya "immigrati irregolari" provenienti dal Bangladesh; un giudizio del resto condiviso dal principale partito di opposizione, la Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi. 

    Sull'argomento è intervenuto anche l'arcivescovo di Yangon mons. Charles Bo, secondo cui "il dialogo interreligioso" e la valutazione "caso per caso" sarebbero "la soluzione migliore" per risolvere la questione. Il prelato ha quindi aggiunto che "un confronto fra i leader religiosi avrebbe un peso maggiore di qualsiasi decisione politica".

    Il dibattito prosegue e, per una volta, sembra unire sia le autorità di governo che i movimenti di opposizione, nei quali si riconosce la gran parte della popolazione birmana. In passato le risoluzioni Onu sul Myanmar, dichiara Tint Swe, riguardavano "60 milioni di cittadini"; quest'anno sono focalizzate "su una piccola parte della popolazione" con la quale è in atto "una controversia". E solo un'organizzazione, con base al di fuori del Myanmar e la parola Rohingya all'interno del nome, "ha accolto con entusiasmo" il documento delle Nazioni Unite.

    "Dal 1988 al 2012 [sotto la dittatura militare] - continua l'attivista - solo due inviati speciali [Onu] hanno visitato la Birmania e valutato il livello dei diritti umani e la situazione politica". Oggi è bene notare che un organismo composto da 57 membri, l'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic), ha fatto il suo ingresso "per verificare le condizioni di un popolo che professa la medesima religione". E mai in passato, continua il leader democratico, si erano attivati per denunciare la situazione di 60 milioni di persone e il mancato rispetto dei diritti umani. Il popolo birmano, avverte, "si sente minacciato" da queste continue pressioni esterne e non accetta imposizioni dall'alto su eventuali modifiche alla legge di cittadinanza, una questione tutta interna al Paese.

    Da ultimo, Tint Swe ricorda che durante l'emergenza provocata dal ciclone Nargis, che ha ucciso 138mila persone nel maggio 2008, sono morte almeno 6.900 persone di fede musulmana (in Myanmar il 4% circa della popolazione professa l'islam). Tuttavia, nessuno dei Paesi musulmani "che per le violenze nello Stato Arakan ha stanziato milioni di dollari", al tempo della catastrofe provocata dal ciclone "ha mostrato altrettanta generosità". "La Birmania - conclude - vive un delicato passaggio dalla dittatura militare all'alba della democrazia. Ed è ancora fragile e a rischio espoliazione, di natura economia e non solo. Per questo la mia interpretazione è che le pressioni esterne non solo per motivi di natura confessionale, né per i diritti umani in genere", ma solo per un nome che è diventato uno slogan: "I Rohingya".

    L'escalation di violenze fra buddisti e musulmani nello Stato occidentale di Rakhine ha acuito il clima di tensione fra le diverse etnie e confessioni religiose che caratterizzano il Myanmar, teatro lo scorso anno di una lotta sanguinaria fra Arakanesi e Rohingya musulmani. Lo stupro e l'uccisione nel maggio 2012 di una giovane buddista ha scatenato una spirale di terrore, che ha causato centinaia di morti e di case distrutte, almeno 160mila sfollati molti dei quali hanno cercato riparo all'estero, per sfuggire agli attacchi degli estremisti buddisti del gruppo 969. Secondo le stime delle Nazioni Unite in Myanmar vi sono almeno 800mila musulmani Rohingya. 

     

     

    invia ad un amico Visualizza per la stampa










    Vedi anche

    22/11/2013 MYANMAR – ONU
    Arcivescovo di Yangon: Il dialogo interreligioso è l'unica via per risolvere il dramma Rohingya
    Dopo l’appello Onu, respinto al mittente dal governo birmano con il plauso della Nld, torna alla ribalta la questione cittadinanza per i Rohingya. Per mons. Bo è un tema delicato e bisogna distinguere “caso per caso”. Parlando con AsiaNews auspica una “seria riflessione” e un maggiore confronto fra leader religiosi. Fondamentale l’insegnamento della religione a scuola.

    05/01/2017 11:13:00 MYANMAR
    Il governo birmano “ripulisce” le prove delle violenze contro i musulmani Rohingya

    È l’accusa lanciata da attivisti e ong internazionali, che criticano i risultati pubblicati da una commissione governativa. Al termine dell’inchiesta il panel “indipendente” ha smentito violenze, aggiungendo: “La presenza di moschee è una prova del fatto che non è in atto una persecuzione”. Anche la minoranza musulmana del Myanmar piange il suo piccolo Aylan.

     



    20/01/2017 11:32:00 MALAYSIA - MYANMAR
    Kuala Lumpur, nazioni musulmane contro il Myanmar: basta violenze contro i Rohingya

    La “sessione straordinaria” dell’Oic centrata sulle persecuzioni verso la minoranza musulmana in Myanmar. Najib Razak chiede che i colpevoli siano “consegnati alla giustizia”. Ministro del Bangladesh: risolvere la questione riguardante la cittadinanza. 

     



    11/01/2017 09:52:00 MALAYSIA - MYANMAR
    Kuala Lumpur, forum interreligioso lancia l’Anno di solidarietà internazionale pro Rohingya

    L’Asean Rohingya Centre (Arc) ha promosso un incontro dedicato alle sofferenze della minoranza musulmana in Myanmar. Presenti leader musulmani, cristiani e buddisti. Necessario accrescere la conoscenza a livello regionale e mettere fine agli abusi. Inviato speciale Oic: “Odio comune” in Birmania verso i Rohingya. Chiese malaysiane: Al governo il compito di curare i rifugiati.

     



    27/10/2014 MYANMAR
    Oltre 100mila musulmani Rohingya in fuga da persecuzioni e violenze in Myanmar
    Secondo gruppi di attivisti, il numero dei “boat-people” è in continuo aumento. Il nuovo esodo è iniziato il 15 ottobre, con una media di 900 persone al giorno e una stima di 10mila in meno di due settimane. Dal governo politiche finalizzate alla cacciata della minoranza musulmana.



    In evidenza

    EGITTO-LIBANO
    Al Cairo, musulmani e cristiani si incontrano per Gerusalemme, ‘la causa delle cause’

    Fady Noun

    Si è tenuta il 16 e 17 gennaio all’istituto sunnita al-Azhar. Hanno preso parte molte personalità del Libano, fra cui il patriarca maronita Bechara Raï. I mondo arabo diviso fra “complice passività” e “discorsi rumorosi ma inefficaci”. Ex-premier libanese: coordinare le azioni per una maggiore efficienza al servizio di una “identità pluralistica di Gerusalemme” e della “libertà religiosa”. Card. Raï: serve preghiera congiunta, la solidarietà interreligiosa islamico-cristiana in tutto il mondo arabo e sostenere i palestinesi.


    CINA
    Yunnan: fino a 13 anni di prigione per i cristiani accusati di appartenere a una setta apocalittica



    Le setta in questione è quella dei Tre gradi del Servizio, un gruppo pseudo-protestante sotterraneo fondato nell’Henan e diffuso soprattutto nelle campagne. I condannati rivendicano di essere solo cristiani e di non sapere nulla della setta. Gli avvocati difensori minacciati della revoca della loro licenza.


    AsiaNews E' ANCHE UN MENSILE!

    L’abbonamento al mensile di AsiaNews non costa nulla: viene dato gratis a chiunque ne faccia richiesta.
     

    ABBONATEVI

    News feed

    Canale RSScanale RSS 

     









     

    IRAN 2016 Banner

    2003 © All rights reserved - AsiaNews C.F. e P.Iva: 00889190153 - GLACOM®