13/06/2016, 09.59
PAKISTAN
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Attivista pakistana: Basta chiamarli “delitti d’onore”, sono veri e propri omicidi

di Kamran Chaudhry

Nell’ultimo mese tre ragazze sono state uccise e bruciate per aver disobbedito alla famiglia. Nel 2015 oltre 1.100 donne sono morte per “salvare l’onore” dei parenti. La maggior parte delle violenze avviene in casa, e sono pochissime quelle che denunciano. La pratica del “karo-kari”, con la quale si giustifica l’eliminazione della “donna corrotta”. Le opere della Chiesa a favore delle donne in pericolo.

Lahore (AsiaNews) – “Non c’è onore in un assassinio, si tratta di un vero e proprio omicidio”. Lo dice ad AsiaNews Sumera Saleem, della Aurat Foundation, un’organizzazione che difende i diritti delle donne, commentando l’ultimo caso di violenza contro una ragazza in Pakistan. L’attenzione mondiale si è riaccesa la scorsa settimana, quando Zeenat Bibi, una giovane di 18 anni, è stata strangolata e poi bruciata dalla madre perché aveva sposato un uomo contro il volere della famiglia. Purtroppo gli omicidi di questo tipo, continua la donna, “sono diventati un problema serio e dobbiamo fare qualcosa con urgenza. Se i casi andranno avanti con questo ritmo, la violenza domestica diventerà il maggior problema per il Paese”.

L’uccisione di Zeenat ha sollevato sdegno in tutto il mondo. È il terzo nel giro di poche settimane: a fine maggio una studentessa di liceo, Maria Sadaqat, è stata bruciata viva per aver rifiutato di sposare il figlio del preside; ad aprile il consiglio del villaggio di Abbottabad (a nord di Islamabad) ha ordinato di drogare, sequestrare, uccidere e bruciare una ragazza. La sua colpa era di aver aiutato un’amica a scappare dal villaggio per sposare l’uomo che amava.

La pratica delle uccisioni per “salvare l’onore della famiglia” è un’usanza antica e ancora molto diffusa in Pakistan. Gli storici ritengono che risalga al 17mo secolo, quando si è diffuso il termine “Karo-Kari” nella provincia di Sindh. La parola “karo” significa “uomo corrotto”, mentre “kari” vuol dire “donna corrotta”. Perciò l’eliminazione fisica di una donna corrotta veniva (e viene) giustificata dal punto di vista culturale per ripristinare l’onore perduto di una famiglia.

Secondo la Commissione pakistana per i diritti umani (Hrcp), lo scorso anno più di 1.100 donne sono state uccise dai loro parenti, altre 900 sono rimaste ferite e quasi 800 hanno tentato il suicidio. In totale, solo 400 sono state le denunce registrate. Najamuddin, direttore dell’Hrcp, afferma: “Molti casi vengono risolti in famiglia, perciò non vengono neanche riportati. Le donne sono considerate proprietà degli uomini. Le leggi non bastano a cambiare una mentalità e l’atteggiamento che la società ha nei confronti delle donne”.

In generale, la società accetta gli abusi, se non addirittura li sostiene. È il caso del Consiglio per l’ideologia islamica, che ha lanciato la proposta di “percosse lievi” per le donne disobbedenti, in aperto contrasto con quanto affermato dalla legge del Punjab (di recente approvazione) che punisce il femminicidio e le violenze.

A livello centrale, nel 2002 per la prima volta le previsioni della National Policy for Development and Empowerment of Women hanno proposto una riforma della legislazione. In seguito il termine “delitto d’onore” è stato definito con il Criminal Law (Amendment) Act 2004, all’interno del codice penale pakistano. Ma la violenza rimane, ed è radicata nella mentalità, come narrato anche nel documentario “A Girl in the River”, della giornalista e regista Sharmeen Obaid-Chinoy, che quest’anno ha vinto l’Oscar.

La Chiesa e le istituzioni cattoliche stanno tentando a vari livelli di sollevare il problema e porre rimedio. Tra queste vi è la Commissione nazionale giustizia e pace, che nel 2007 ha presentato un rapporto in cui ha “tolto il velo” sugli abusi, compreso il sistema del “karo-kari”. Inoltre suor Athens Angeles organizza dei dibattiti: “È importante per i fedeli cattolici, che sono a favore della vita, essere consapevoli del male che avviene nella società e pregare per questo”. Poi suggerisce: “Potremmo stabilire un dialogo migliore tra genitori e figli”. Altri organismi sono impegnati nel sociale, accogliendo le donne sole che vengono abbandonate o ripudiate dalle famiglie. È il caso delle missionarie di Madre Teresa e della stessa Conferenza episcopale: entrambi hanno creato delle case di accoglienza, dove forniscono cibo e alloggio alle donne in pericolo.

(Ha collaborato Shafique Khokhar)

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