24/10/2017, 08.59
IRAQ - IRAN - USA

Baghdad e Teheran contro Washington: le milizie sciite speranza dell’Iraq e della regione

Tillerson aveva auspicato la cacciata dei combattenti sciiti dal Paese. Il premier irakeno ne difende il ruolo nella lotta contro lo Stato islamico. Sono paramilitari locali, non alleati iraniani e vanno “incoraggiati”. Il ministro iraniano degli Esteri rivendica il ruolo di “pace e stabilità” esercitato da Teheran nella regione. 

 

Baghdad (AsiaNews/Agenzie) - Il premier irakeno respinge al mittente le parole del segretario di Stato americano Rex Tillerson e difende il ruolo delle milizie sciite sostenute dall’Iran nella lotta contro lo Stato islamico (SI, ex Isis) nel nord. In precedenza, durante un vertice a tre a Riyadh sotto l’egida di re Salman, il capo della diplomazia Usa aveva criticato con forza le milizie combattenti e invocato una loro uscita dal Paese o l’arruolamento nell’esercito regolare. 

Nel corso di una visita ufficiale a Baghdad, Tillerson ha incontrato nel tardo pomeriggio di ieri il Primo Ministro Haider al-Abadi. Durante il faccia a faccia, a due giorni dal summit saudita, il capo del governo ha definito i combattenti sciiti “la speranza dell’Iraq e della regione”. 

Le unità di Mobilitazione popolare irakena (Pmu, a maggioranza sciita e vicine a Teheran) hanno aderito nei mesi scorsi alla offensiva lanciata dal governo irakeno per la liberazione di Mosul e della piana di Ninive, nel nord. Il loro ruolo è risultato decisivo nel contesto della campagna militare, che si è conclusa con la liberazione dei territori per oltre tre anni nelle mani dei jihadisti. 

Di recente le milizie sciite hanno contribuito in modo decisivo alla presa di Kirkuk, centro petrolifero del Paese, strappandola alle forze curde. 

Durante l’incontro a Baghdad con il segretario di Stato Usa, Abadi ha sottolineato che le truppe paramilitari sono irakeni - non alleati iraniani - e devono “essere incoraggiate” perché sono fonte “di speranza per il Paese e la regione”. I combattenti, prosegue la nota governativa, difendono “il loro Paese e si sacrificano per la sconfitta dello Stato islamico”. 

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro iraniano degli Esteri Mohammad Javad Zarif, il quale ha rivendicato il ruolo ricoperto da Teheran in un’ottica di “pace e stabilità” nella regione. “I popoli di Siria, Iraq e della regione autonoma curda - ha aggiunto - hanno potuto resistere all’assalto dell’Isis anche grazie al contributo dell’Iran”. Senza il contributo della Repubblica islamica, ha concluso, la bandiera del Califfato sventolerebbe oggi “su Damasco, Baghdad ed Erbil”. 

A stretto giro di vite giunge infine la risposta dei vertici delle Pmu, secondo cui gli Stati Uniti devono “chiedere scusa” per i loro commenti inappropriati rispetto all’impegno profuso nella lotta contro il jihadismo. Ahmad al-Asadi, portavoce delle Unità, sottolinea che le parole di Tillerson “sulla presenza di forze iraniane in Iraq sono inaccettabili”.

Si tratta, aggiunge, di accuse “false e prive di fondamento” perché “tutti coloro che combattono sul campo sono irakeni”. Queste parole del capo della diplomazia Usa, conclude il militare, riflettono la scarsa conoscenza ed esperienza degli Stati Uniti nelle questioni locali, e rinnova la richiesta a Washington di scuse per queste affermazioni.

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