19/04/2005, 00.00
vaticano
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Benedetto XVI, cooperatore della Verità

di Bernardo Cervellera

C'è la gioia dell'infanzia e della semplicità nel modo in cui Benedetto XVI, Joseph Ratzinger,  si è affacciato alla loggia di san Pietro per salutare la folla traboccante e per impartire la sua prima benedizione Urbi et Orbi. Le mani levate con entusiasmo giovanile e con timidezza e questo suo definirsi "un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore", di fronte al "grande papa Giovanni Paolo II", hanno subito scatenato l'applauso e gli slogan appassionati della popolazione.

Chi l'ha conosciuto sa che queste parole, infanzia, semplicità, umiltà non sono una posa, ma il cuore vero del nuovo pontefice, molto diversa dall'immagine di panzerkardinal e di inquisitore che gli hanno cucito addosso.

L'umiltà è  quella che ha vissuto lavorando per decenni come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Quando nel 2003, al compiere dei 75 anni,  voleva dare le dimissioni e tornare al suo lavoro di studioso e di pastore, ha detto ancora sì a Giovanni Paolo II che lo aveva come amico e come sostegno.

La semplicità gli deriva dal suo amore alla verità. Il motto del suo stemma è "Cooperatori della verità". E per cooperare alla verità, a suo tempo aveva espresso tutta la sua opposizione alla guerra in Iraq, come alle discussioni Onu astratte e fumose sul futuro del mondo, non attento al realismo del presente.

Un cooperatore della verità sa che la verità esiste. Ieri nell'omelia magistrale alla messa pro eligendo pontifice ha parlato di "dittatura del relativismo". Il mondo spocchioso e disperato del relativismo e della manipolazione lo può bollare come "fondamentalista", ma la sua finezza è conosciuta da tutti gli intellettuali: sulle radici cristiane dell'Europa ha ricordato a politici e opportunisti che perfino un filosofo ateo e marxista come Habermas riconosce il cristianesimo come elemento essenziale dell'identità dell'occidente europeo.

Un cooperatore della verità sa che la verità è la persona di Gesù Cristo. Annunciare Gesù Cristo non è un integralismo "della vendetta", ma l'espressione di una grande misericordia all'uomo e alla sua dignità. Questo tentare di non svendere la fede in Gesù ha portato il cardinale Ratzinger a correggere la teologia della liberazione nella sua violenza, salvaguardando l'impegno per i poveri come missione cristiana e non come derivato ideologico; ha corretto i lefebvriani, accettando la messa in latino, ma chiedendo loro l'ubbidienza alla Chiesa di oggi; ha corretto i tentativi un po' astratti e frettolosi di inculturazione in India e Sri Lanka, spingendo vescovi, teologi e fedeli a dialogare con gli elementi più profondi delle culture e a testimoniare la santità più che l'organizzazione.

Si può dire che in tutti questi anni di lavoro abbia  "studiato da papa": nel difendere il centro della fede cattolica e nel cucire l'unità con ogni periferia sta il ministero di Pietro. E quanto più la fede si radica nella certezza di Cristo, tanto più è aperta e desiderosa a conoscere l'altro. Per questo, pensiamo, Ratzinger sarà un creativo continuatore del Concilio, dell'annuncio e del dialogo ecumenico e con le religioni. Per questo egli sarà anche un purificatore della "sporcizia" della Chiesa, che si annida dove si banalizza il dono ricevuto, la Verità che si è donata a noi. E sarà un rinnovatore della ricerca della verità fra gli uomini e le culture, sopraffatte oggi dalla putrefazione delle ideologie.

Benedetto XVI, desideriamo seguirti anche noi come lavoratori nella vigna del Signore.

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