06/11/2009, 00.00
INDIA
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Bjp: le conversioni “corrompono l’India”. La Chiesa: parole che danneggiano il Paese

di Nirmala Carvalho
Per il leader politico indù, Rajnath Singh, l’India registra “conversioni illegali di massa” che sono una “minaccia per la sicurezza interna del Paese”. P. Babu Joseph, portavoce dei vescovi indiani: affermazioni che minano “l’unicità del mosaico religioso e culturale dell’India”.
Mumbai (AsiaNews) - “L’affermazione del presidente del Bjp per cui le conversioni corrompono la cultura indiana danneggia in modo evidente l’edificazione dell’armonia religiosa che ha caratterizzato la nostra civiltà per anni”. P. Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei vescovi cattolici dell’India (Cbci) commenta così ad AsiaNews la dichiarazione di Rajnath Singh (foto), presidente dell’indù Bharatiya Janata Party (Bjp), secondo il quale “è necessario controllare il vasto fenomeno delle conversioni che, a quanto si dice, sono promosse da forze straniere”.
 
Il leader del partito indù, parlando il 31 ottobre da Bhopal, ha accusato “i missionari stranieri di usare la religione per infiltrarsi in India e corromperne la cultura”. Singh ha parlato di  “conversioni illegali di massa” come “minaccia per la sicurezza interna del Paese” e citato statistiche secondo cui “il 30% della popolazione tribale di Chhattisgarh e Jharkhand ha cambiato religione”.
 
Unanimi le critiche di numerose personalità della Chiesa indiana a partire dai vescovi del Madhya Pradesh, lo Stato indiano dalla cui capitale Singh ha lanciato i suoi strali contro le conversioni. P. Babu Joseph afferma che le parole del presidente del Bjp sono “prive di tatto” e di “cattivo gusto” e che la popolazione “si aspetterebbe affermazioni più mature e responsabili da parte di un leader politico”.
 
Per il portavoce della Cbci, invece di evocare fantasmi e minare “l’unicità del mosaico religioso e culturale dell’India”, i politici del Paese “dovrebbero concentrare le loro attenzioni sulle sfide a cui è chiamato il Paese sia sul fronte interno che su quello estero”.
 
Le dichiarazioni di Singh giungono in un momento di forte crisi del Bharatiya Janata Party, punito ancora una volta dagli elettori nelle recenti elezioni statali in Maharashtra, Haryana e Arunachal Pardesh. Dopo la sconfitta di aprile che ha riconsegnato il governo della nazione nelle mani della United Progressive Alliance, il Bjp ha iniziato un ampio dibattito interno sull’identità e gli obiettivi del partito. Diverse personalità accusano la dirigenza di miopia e sventolano i dati delle sconfitte elettorali per dimostrare che l’ideologia del nazionalismo indù radicale non solo non paga alle urne, ma non incontra più il consenso di vaste fasce della popolazione.
 
Il tema delle conversioni forzate emerge in modo ciclico nel dibattito politico locale e nazionale. Lo stesso Singh si è più volte segnalato per aver chiesto al governo l’estensione a tutto il Paese della legge anti-conversione vigente in cinque Stati, ma non inserita nella Costituzione che invece riconosce la libertà religiosa.
 
Lo spauracchio di uno stravolgimento della cultura indiana e del tradimento della tradizione indù è usato a più riprese dai politici più radicali e da diversi swami, i leader religiosi indù. Frequenti sono i casi in cui le frange più estreme dei movimenti nazionalisti accusano soprattutto i cristiani, ma anche i musulmani, di promuovere conversioni forzate in modo particolare tra i tribali e le fasce più povere della popolazione. Altrettanto frequenti sono le manifestazioni pubbliche in cui gli swami più radicali promuovono riconversioni forzate all’induismo come gesti di propaganda contro la presunta invasione di culture nemiche dell’India (vedi AsiaNews, 27/10/2009, “Maharashtra, 6 mila cristiani riconvertiti all’induismo da gruppi estremisti”).
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