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  • » 06/02/2018, 16.08

    INDIA – MYANMAR

    Card. Bo: La Chiesa del Myanmar incontra quella indiana

    Charles Bo*

    L’arcivescovo di Yangon è ospite d’onore alla Plenaria della Conferenza episcopale indiana. “Quando le sfide abbondano, l’unità non è un lusso, ma la necessità”. Il nazionalismo estremista “minaccia la vita delle persone vulnerabili”. In Myanmar “La Chiesa ha assunto il ruolo di misericordia per le persone afflitte”.

    Bangalore (AsiaNews) – La Chiesa cattolica “è il più grande promotore del settore sociale” in India; milioni di persone sono “toccate dai servizi offerti da un esercito di volontari”; i cattolici sono “il volto della compassione di Gesù per i poveri e gli afflitti”. Sono alcuni dei passaggi chiave dell’intervento del card. Charles Bo, arcivescovo di Yangon, alla Plenaria della Conferenza episcopale indiana (Cbci) in corso a Bangalore (Karnataka, 2-9 febbraio). Il porporato birmano è l’ospite d’onore. Nel suo discorso inaugurale il 2 febbraio ha sottolineato i risultati della missione della Chiesa cattolica in India: il 25% dell’educazione è in mano alla Chiesa; ogni giorno 10 milioni di studenti entrano nelle scuole cattoliche; il 20% delle cure sanitarie alle persone più vulnerabili è offerto dalla Chiesa attraverso “un esercito di volontari: quasi 110mila suore e 60mila uomini che lavorano a tempo pieno per lo sviluppo pastorale e sociale di questa nazione”.

    A partire da esempi concreti di come la “Chiesa birmana perseguitata” abbia saputo affrontare le sfide del proprio contesto sociale, il cardinale propone una serie di passi per mantenere “l’unità nella diversità”. “Questioni affrontate insieme – afferma – cementano la nostra unità”. “L’Asia del sud è un focolaio di fanatici religiosi che soffiano sul fuoco dell’odio”. Noi sacerdoti “spezziamo il pane sull’altare mondiale dell’ingiustizia…serve una guerra mondiale alla povertà”. Di seguito il discorso del card. Bo (traduzione a cura di AsiaNews).

    Vostre eminenze, vostre eccellenze, fratelli vescovi,

    Namastè – Salve!

    Cordiali saluti dalla terra dorata del Myanmar.

    È per me un grande onore essere stato invitato dalla vibrante Chiesa in Asia. Il vostro primo ministro ha iniziato “a guardare a est” e avrà ispirato la Cbci. Ad ogni modo, sono molto onorato. Fino al 1937 eravamo parte dell’India e molti sacerdoti hanno servito i cattolici del Myanmar. Abbiamo ripagato il nostro debito dandovi uomini di qualità come l’arcivescovo Alan Basil de Lastic [nato in Birmania, è stato arcivescovo di Delhi dal 1990 al 2000 – ndr] e molti altri sacerdoti e religiosi. Vi ringrazio – la nostra madre Chiesa. Il cristianesimo è stato portato in Myanmar dai missionari di Goa. Grazie Madre Chiesa!!!

    Questa nazione ha incontrato il messaggio di Gesù 2000 anni fa. [Da quel momento] l’India non è stata più la stessa. È una grande sensazione essere con una simile Chiesa con tale lunga storia. L’India sta con Corinto ed Efeso nella grande storia della missione della Chiesa al suo esordio. Quando Vasco de Gama venne con i missionari sulla costa occidentale, egli rimase stupefatto nel realizzare che la luce del Vangelo risplendeva su questa grande terra [molto] prima che gli europei scoprissero Cristo. La vostra storia, i vostri numeri e la vostra influenza vi porta sulla prima linea della Chiesa in Asia.

    Grazie del vostro caloroso benvenuto. Nonostante la vostra affettuosa accoglienza, mi sento come un Davide birmano di fronte al Golia indiano. La popolazione del mio Paese si aggira sui 53 milioni, mentre voi siete 1,3 miliardi! Qui le proporzioni della Chiesa provocano una sensazione sbalorditiva. Noi siamo appena 700mila fedeli in 16 diocesi. Credo che da sole le diocesi del Kerala e di Goa abbiano un numero superiore di cattolici rispetto al totale della nostra popolazione.

    Voi rappresentate davvero l’India con oltre 1000 gruppi culturali rappresentati nella Chiesa. Dal Kashmir a Kanyakumari, da Mumbai al Mizoram. La Chiesa Indiana dimostra che “il servizio è potere”. Da san Tommaso, primo cristiano, fino ai cristiani di recente conversione, la Chiesa indiana è davvero cattolica.

    Nonostante [rappresentiate] circa il 2% della popolazione, i vostri risultati socio-pastorali sono invidiati da molti. Avete i vostri santi, come Madre Teresa, e santi martiri come sister Rani Maria. Avete 174 diocesi di tre riti. La Chiesa è il più grande promotore del settore sociale.

    Il vostro contributo nel costruire questa nazione attraverso l’educazione e la sanità è sorprendente. Almeno 10 milioni di studenti entrano nelle vostre scuole ogni giorno. Il 25% dell’educazione è in mano alla Chiesa. In molte zone dell’India è la Chiesa ad aver aperto la possibilità [d’istruzione] alle comunità più vulnerabili. La Chiesa cattolica ha svolto un ruolo di primo piano nel costruire una nazione fiduciosa di sé. L’India è apprezzata in tutto il mondo per la sua conoscenza di base e la Chiesa può essere orgogliosa del proprio ruolo. Di certo la Chiesa cattolica può essere fiera del suo contributo alla costruzione della nazione. Ho saputo che circa il 20% delle cure sanitarie alle persone più vulnerabili è offerto dalla Chiesa. La Chiesa cattolica dona i propri servizi attraverso un esercito di volontari: quasi 110mila suore e 60mila uomini che lavorano a tempo pieno per lo sviluppo pastorale e sociale di questa nazione. L’India deve tanto alla Chiesa cattolica. Milioni di persone sono toccate dai vostri servizi. Voi siete il volto della compassione di Gesù per i poveri e gli afflitti. Per milioni di uomini e donne del vostro Paese la cui via verso la Croce non ha mai fine, voi siete [come] Simone di Cirene [l’uomo che aiutò Gesù a trasportare la croce durante la salita al Golgota per la crocifissione – ndr].

    Tuttavia non vi siete mai seduti sugli allori. Non avete mai il timore di sottoporvi a valutazioni. Neppure le sfide interne o le minacce esterne hanno mai scoraggiato la grande Chiesa indiana.

    Essere con voi è per me una grande responsabilità. Avete scelto un tema arduo: Uniti nella diversità per una missione di misericordia e testimonianza.

    Mons. Theodore Mascarenhas, segretario generale della Cbci, mi ha chiesto di condividere con voi come vive la Chiesa birmana in unità nella diversità. Sono onorato di condividere con questa enorme Chiesa i nostri sforzi nei tempi bui e le speranze di oggi e per il futuro. Mi sento piccolo di fronte a voi teologi, professori, accademici, dottorati e ricercatori. Io non sono niente di tutto ciò.

    Ho sentito che questa conferenza avviene in un momento di ansie crescenti per i cristiani e le altre minoranze. Nella maggioranza della popolazione uno sconsiderato discorso [del nazionalismo estremista, ndr] minaccia la vita delle persone vulnerabili in molti Stati. Ho letto che la storia dell’India viene demolita in maniera sistematica. L’identità delle minoranze religiose e culturali è minacciata dalla narrativa dell’odio. Gli attacchi contro i dalit, le comunità minoritarie e i canti di Natale sono una triste tendenza. Questo è un momento di “SOS” per le minoranze religiose e culturali, non dobbiamo permettere che l’India muoia in quanto nazione e idea. Abbiamo visto cosa è accaduto al cristianesimo in Iraq e Siria. Molti in India vivono nell’ansia dei pericoli [che corre] l’India di Gandhi, Nehru, Tagore e Ambedkar.

    Per questo il tema della Cbci arriva al momento giusto.

    Uniti nella diversità – Uniti come testimonianza cristiana

    Quando le sfide abbondano, l’unità non è un lusso, ma la necessità. La Chiesa, che è iniziata con la conversione degli ebrei, ha dovuto confrontarsi con diverse culture. L’unità era la sfida persino ai tempi di Pietro e Paolo. Fin dall’inizio l’unità dei seguaci di Cristo è stata di primaria importanza, così come leggiamo:

    1. La nostra tradizione di fede è radicata nell’unità del Dio uno e trino per il bene comune. Dio si è rivelato come Trinità – il Dio vivente in perfetta armonia. La vostra Chiesa – con i riti latino, siro-malankarese, siro-malabarese – è una splendida comunione dell’uno e trino. In India questa comunione trinitaria è una comunione [benedetta] dalla grazia, è una forte presenza della Chiesa.

    2. Cristo pregava “perché tutti siano una cosa sola” (Gv. 17:20). Questa è la preghiera per le Chiese asiatiche. Le prime comunità cristiane erano segnate dall’unità tra popoli diversi (Atti degli Apostoli 4:32).

    3. Paolo prende l’unità del corpo mistico di Cristo come metafora del corpo: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (1Cor 12:27).

    Lasciate che vi enumeri i nostri problemi e le nostre risposte. Senza farne vanto, possiamo affermare che la Chiesa è emersa come forte protagonista della società civile [birmana]. La Chiesa ha assunto il ruolo di misericordia per le persone afflitte. Con il nostro essere testimoni di verità e unità, stiamo lentamente costruendo l’immagine della Chiesa.

    Ammetto che i vostri problemi sono differenti. Spero che le mie riflessioni vi possano aiutare a capire come identificare le questioni maggiori, quali sono state le nostre risposte e quali possono essere le vostre.

    L’unità è stata una delle grandi attività sia della conferenza dei vescovi che dei cattolici. Possa il cammino di unità guidare i problemi della nazione. Mentre le questioni pastorali possono avere un focus a livello diocesano, la Chiesa deve [costruire] la credibilità portando le questioni sociali a livello nazionale.

    Il nostro può essere trattato come un caso di studio.

    Questione n.1. Fino a poco fa, la Chiesa birmana era una Chiesa perseguitata. Il primo aprile 1965 tutte le nostre scuole sono state nazionalizzate, le nostre proprietà requisite, i nostri missionari espulsi. Da un giorno all’altro la Chiesa è stata svuotata, e uomini malvagi credevano che non saremmo mai sopravvissuti.

    La nostra risposta. Siamo stati messi alla prova. Non sono sicuro che la Chiesa indiana sia mai stata messa alla prova quanto noi. Da un momento all’altro ci siamo ritrovati nelle strade. Nessun soldo, potere o proprietà. Noi siamo diventati il nostro impegno. Ciò che ci ha sostenuto sono stati i meravigliosi rapporti che avevamo già costruito con il nostro popolo. Insieme avevamo sofferto e insieme abbiamo imparato dapprima a sopravvivere e [poi] a resistere. I nostri legami internazionali ci hanno dato un’ancora di salvezza. La partecipazione dei laici è vitale per la sopravvivenza della nostra Chiesa.

    Questione n.2. L’approccio totalitario di “una sola razza, una sola religione, una sola lingua”. Sia il governo eletto che la giunta militare hanno imposto un approccio discriminatorio. Sono sicuro che correnti di arroganza maggioritaria hanno travolto le vostre coste. Nel nostro Paese la religione di maggioranza gode della protezione dello Stato, mentre le minoranze sono discriminate nell’educazione e nei posti di governo. Spesso i cristiani avvertono l’impressione di essere cittadini di seconda classe nella propria terra.

    La nostra risposta. Ancora una volta la Chiesa e i laici sono rimasti insieme. Abbiamo 16 diocesi, di cui quattro [di etnia] Karen, tre Kachin, quattro Chin, tre Kayah e due di gruppi etnici misti. Siamo in un processo di evoluzione della comune identità cattolica. Il nostro successo e la nostra lotta è spostare [l’attenzione] dalle identità etniche ai problemi comuni, unendoci e aiutandoci l’un l’altro. La Chiesa ha intrapreso sforzi nella scuola e in altri campi educativi. La mancanza di opportunità per i cattolici ci ha spinto a formare delle commissioni educative e rendere i poveri persone istruite e rafforzate.

    Questione n.3. Il clima di paura creato dai gruppi estremisti. L’Asia del sud è la patria di gruppi estremisti religiosi. Persino i monaci indulgono in discorsi dell’odio e nella violenza. I monaci del Myanmar sono pieni di grazia e pacifici. Pochi di coloro che indossano la tunica ricorrono a discorsi provocatori. Avete sentito del problema dei Rohingya. Elementi estremisti si incuneano tra le comunità. Essi forzano il governo ad approvare leggi nere contro le minoranze. Sono sicuro che anche tra di voi ci sono situazioni simili.

    La nostra risposta. In quanto Chiesa, abbiamo sviluppato buone relazioni con leader religiosi moderati, diplomatici e comunità internazionale. Apprezziamo tutti gli sforzi positivi e ci opponiamo ai discorsi dell’odio e alle leggi nere. Teniamo le frange violente ai margini interagendo con gli elementi moderati della religione di maggioranza. Ci siamo opposti in modo chiaro a tutti i discorsi dell’odio. Naturalmente non abbiamo nulla da perdere, e per questo ci opponiamo.

    Questione n.4. L’economia neoliberale che perpetua le diseguaglianze. Per 30 anni un’economia di amichetti ha razziato il nostro Paese ricco di risorse. La povertà che ne è derivata ha portato al traffico di esseri umani. Il Myanmar è uno dei primi Paesi al mondo per traffico umano. Milioni di nostri giovani sono intrappolati nelle forme moderne di schiavitù nel sud-est asiatico. La Cina compra ragazze dal Myanmar. Le compagnie confiscano i terreni agricoli.

    La nostra risposta. L’emigrazione è il problema più grave tra i nostri fedeli. Siamo protagonisti attivi [nel chiedere] e nel sostenere un’emigrazione sicura. Facciamo sia campagne nazionali che internazionali ad alto livello. Io colgo tutte le occasioni per partecipare a seminare e a programmi. Abbiamo creato associazioni di agricoltori.

    Questione n.5. Attacchi alle popolazioni indigene, al loro stile di vita e alle loro risorse. La nostra Chiesa è una Chiesa tribale. Tra le diocesi, 14 sono di gruppi etnici. Anche voi avete tra i cattolici un numero consistente di popolazioni tribali.

    La nostra risposta. Incoraggiati dall’enciclica papale “Laudato si’”, abbiamo lanciato campagne per i diritti dei tribali e terrieri.

    Abbiamo cementato la nostra unità ideando e mettendo in atto seminari nazionali:

    1. Due seminari sulla costruzione della pace

    2. Iniziative di pace interreligiosa

    3. Pianificazione socio-pastorale a livello nazionale e diocesano

    Potrei citare molti altri [esempi]. È sufficiente dire che le questioni affrontate insieme cementano la nostra unità. Questa unità è stata testimonianza potente per il nostro popolo.

    Dopo 50 anni, non solo siamo sopravvissuti, ma anche prosperati. Dalle prime due diocesi, oggi ne abbiamo 16. I cattolici sono passati da 300mila a 700mila; i sacerdoti da 170 a 700; i religiosi da 600 a 2200. La Chiesa è l’unica organizzazione che è rappresentativa di tutte le culture.

    Tra di noi ci sono otto razze maggiori e 135 gruppi etnici minori. È una Chiesa arcobaleno. Cattolici di origine indiana e cinese si uniscono a questo colorato mosaico. Siamo sopravvissuti e proliferati perché siamo rimasti insieme nei nostri momenti bui – proteggendo la Chiesa e il popolo da una delle più soffocanti dittature della storia. Ciò richiede unità di visione, missione e scopo.

    La sfida profonda della Chiesa in India – Una prospettiva esterna

    Oggi voi affrontate una sfida viscerale. In una nazione in cui vivete da anni, il patriottismo del cristianesimo è posto in discussione. In un volume uscito di recente, dal titolo “I nemici dell’idea di India”, scritto dal noto storico Ramachandra Guha, l’autore sostiene che l’India in quanto nazione affronta una crisi esistenziale. Egli sottolinea che il fondamentalismo religioso di estrema destra – che minaccia le comunità di minoranza – è un grave pericolo per la vera idea di India. Proteggere una società multiculturale è diventato il compito sacro di ognuno di noi.

    Non ho risposte [pronte], ma per la Chiesa potrebbe essere positivo discutere del proprio ruolo nella protezione del mosaico multiculturale dell’India.

    Il mondo assiste ad una rinascita delle frange di destra e di leadership fortemente xenofobiche. L’Asia del sud è un focolaio di fanatici religiosi che soffiano sul fuoco dell’odio e provocano la morte di migliaia di persone. L’India affronta le seguenti sfide:

    Povertà – il più grande terrorismo

    Papa Francesco ripete due concetti – o piuttosto due giustizie –: la giustizia economica e la giustizia ambientale. La povertà è un disastro causato dall’uomo. Quest’anno il rapporto Oxfam afferma che l’1% dei ricchi a livello mondiale monopolizza il 60% del benessere mondiale. La povertà è il più grande terrorismo e male contro cui la Chiesa debba lottare. La povertà è il peccato mortale dei tempi moderni. Papa Francesco ha evidenziato questa disparità: “La teoria dello sgocciolamento [trickle-down, o ricadute favorevoli, ndr] è sbagliata. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce. La fattibilità nel lungo periodo della vita e dei mezzi di sussistenza del nostro popolo sono in grande pericolo”.

    I nostri Paesi sono molto poveri. In quanto sacerdoti, tutti i giorni diciamo “prendete e mangiate”. Ma siamo addolorati nel constatare che quasi un miliardo di persone va a dormire con la pancia vuota. L’Unicef parla di 30mila bambini che muoiono di fame e per la mancanza di medicine ogni giorno. La nostra eucaristia è una grande sfida. Noi spezziamo il pane sull’altare mondiale dell’ingiustizia. Abbiamo bisogno di una guerra mondiale. Ma non contro Trump. Quando sono stato a Cebu come delegato in occasione del Congresso eucaristico mondiale, ho affermato: “Abbiamo bisogno di una terza e finale guerra mondiale – una guerra mondiale contro la povertà e l’ingiustizia”.

    Tre Chiese in comunione e collaborazione nella missione

    Sono lieto di vedere la natura variopinta della Cbci. Tre riti! Una trinità. Questa è una grande benedizione – tre trinità. Se da una parte dobbiamo conservare l’individualità di ciascuna Chiesa, dall’altra come la trinità dobbiamo essere uniti per il benessere spirituale e per fronteggiare le grandi sfide in India.

    Vi ringrazio per l’attenzione. Io continuo ad ammirarvi. Ho condiviso con voi il modo in cui la nostra Chiesa affronta le sfide socio-politiche. Spero che questo apra qualche margine di discussione. Voi, in quanto Chiesa e comunità, guardate in faccia le sfide del presente contesto. Gandhi era solito ripetere: “Il miracolo si sposta da ciò che stiamo facendo a ciò che possiamo fare”. Possa Dio onnipotente rendere tutti noi fautori di miracoli.

    Dio vi benedica.

    *arcivescovo di Yangon

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