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» 16/06/2009
VATICANO - CINA - HONG KONG
Card. Zen: È tempo di attuare la Lettera del Papa ai cattolici cinesi, costi quel che costi
di Gianni Criveller
Il vescovo emerito di Hong Kong afferma che la Lettera del Papa ha segnato una nuova fase nella vita della Chiesa in Cina. Ma i criteri stabiliti dal pontefice sulla libertà religiosa subiscono annacquamenti e ambiguità. Egli teme che si stia scivolando verso un’era di compromessi, che rende vani tutti gli sforzi compiuti finora verso la Chiesa in Cina. La libertà religiosa è più importante dei rapporti diplomatici. Oggi Pechino sembra meno interessata alle relazioni con la Santa Sede, grazie alla distensione con Taiwan.

Hong Kong (AsiaNews) – In un appassionato dialogo con AsiaNews il card. Joseph Zen afferma che è tempo per la Chiesa cinese e per la Santa Sede di non accettare più alcun compromesso con il regime di Pechino ed attuare nella verità le indicazioni date da Benedetto XVI nella sua Lettera, salvaguardando la libertà religiosa della Chiesa. Il card. Zen, che dall’aprile scorso, è vescovo emerito di Hong Kong, è preoccupato soprattutto di un’opaca sottomissione all’Associazione patriottica da parte della Chiesa ufficiale, che sarebbe “uno schiaffo” al papa e alle chiare direttive da lui suggerite nella Lettera ai cattolici cinesi pubblicata due anni fa.

Il porporato relativizza l’importanza delle relazioni diplomatiche cercate a tutti i costi fra Santa Sede e Pechino: esse rischiano di essere un’illusione se non vi è la libertà religiosa nel Paese. Il testo che pubblichiamo oggi fa parte di una lunga intervista che AsiaNews pubblicherà integrale sul suo mensile (nel numero di agosto-settembre).

Nel brano che qui presentiamo il card. Zen ricorda anche l’impegno della Chiesa e della Santa Sede nel riconciliare le due comunità in Cina (l’ufficiale e la non ufficiale, o clandestina) e parla anche del suo futuro come insegnante ad Hong Kong, ma soprattutto in contatto continuo con i cristiani in Cina.

Eminenza, ci racconti del suo impegno per la libertà della Chiesa in Cina

Fin dalla fine degli anni ‘70 e inizio anni ‘80, molti si sono dati da fare per la Chiesa in Cina. Ed è successo che la realtà trovata in Cina si è riflessa fuori della Cina. Mi spiego: la divisione tra le comunità cosiddette aperte o ufficiali e quelle clandestine ha creato, almeno in un primo tempo,  due posizioni diverse sia ad Hong Kong che nella Santa Sede. Qui ad HK - parlo sempre dei primi anni dopo l’apertura - coloro che aiutavano la Cina si sono schierati in due gruppi. Vi erano coloro in favore delle comunità clandestine e quasi in ostilità verso quelle ufficiali e, al contrario, c’era un gruppo che aveva più simpatia per la Chiesa ufficiale, e guardava con sospetto a quella clandestina. La gente che aveva più connessioni con la Chiesa in Cina, che ne conosceva le vicende, stava naturalmente dalla parte della Chiesa clandestina, perché più fedele alla Chiesa, e perché aveva sofferto coraggiosamente per la fede. Costoro vedevano con sospetto la Chiesa ufficiale, che giudicavano si fosse arresa al governo. Ma un certo numero di persone di Hong Kong che non conoscevano bene la Cina, o giovani missionari che non avevano mai lavorato in Cina, facilmente si sono entusiasmati per quello che vedevano durante i loro viaggi in Cina: le chiese aperte, la gente che cantava, ecc… Perciò si rallegravano della libertà, che a loro sembrava reale. Di conseguenza consideravano quelli della Chiesa clandestina come gente cocciuta, che non accettava la nuova situazione.

Era così pure nella Santa Sede: si sa che nel passato vi è stato un po’ di attrito tra la Segreteria di Stato, che tende alla mediazione per riallacciare le relazioni diplomatiche, e Propaganda Fide, che tendeva invece ad assicurare alla Chiesa una vera vita ecclesiale e libertà. Dopo un po’ di anni di scambio tra Chiesa cinese e universale, specialmente grazie a noi che siamo andati ad insegnare, abbiamo visto che la Chiesa ufficiale non è affatto scismatica o veramente separata. Ci siamo resi conto che è il governo a tenerla artificialmente separata da Roma. La gente invece nel suo cuore ha conservato la fede cattolica come tutti noi. E così un po’ alla volta le due posizioni si sono abbastanza avvicinate. E questo vale sia per la Santa Sede che per Hong Kong. Naturalmente ci sono ancora dei gruppi che polarizzano la situazione, e stanno solo da una parte o solo dall’altra.

Si può dire che la Chiesa universale, dopo aver conosciuto meglio la realtà concreta, si è aperta ad accettare anche la cosiddetta Chiesa ufficiale. In tal modo è cominciato un processo di recupero da parte di membri della Chiesa ufficiale, per cui molti vescovi anziani si sono presentati al papa per chiedere di essere perdonati e riconosciuti come vescovi. La Santa Sede ha avuto un’attitudine molto aperta: dopo le dovute indagini e il consenso del vescovo legittimo clandestino, essa ha riconosciuto molti dei vescovi, senza esigere che facessero atti pubblici di comunicazione dell’avvenuta legittimazione. Questo infatti, soprattutto all’inizio, avrebbe reso difficile il processo di legittimazione. Alla tolleranza da parte della Santa Sede, ha corrisposto, in un certo senso, tolleranza anche da parte del governo. Quest’ultimo infatti ad un certo punto è venuto a sapere tutte queste cose, ma non ha reagito con atti di ostilità o soppressione nei confronti dei vescovi che avevano ottenuto l’approvazione di Roma.

Allo stesso modo è stata gestita anche una seconda fase, quella di giovani vescovi che dopo essere stati eletti [secondo la procedura dell’elezione “democratica” imposta dal governo - n.d.r.] vogliono essere approvati dal papa prima di essere ordinati. Anche in questo caso la Chiesa è stata generosa ed ha approvato molti di costoro, purché naturalmente fossero accettabili. E il governo, in questo caso, ha chiuso un occhio e non li ha rifiutati per il fatto che sono andati a cercare l’approvazione di Roma. Dunque c’è stata una fase in cui c’erano concessioni e compromessi da entrambi le parti, per cui sembrava che le cose potevano finalmente essere aggiustate in modo ufficiale.

Ma ciò non è avvenuto: non c’è stata continuità di riflessione, siamo andati avanti per inerzia, senza adeguata riflessione e senza cercare di migliorare quella situazione.

Ora siamo arrivati ad un punto in cui non è più possibile e giusto accettare il compromesso, come si faceva prima. È maturato il momento di cominciare una nuova fase. È la Lettera del papa ai cattolici cinesi (del 2007) che deve segnare questo nuovo inizio. Difatti il papa ha parlato chiaro su quali devono essere i principi su cui dare vita ad una nuova fase della vita della Chiesa in Cina[1]. Ma purtroppo in questi due anni non c’è stata questa svolta verso la chiarezza. Anzi a me sembra che si sta scivolando in modo preoccupate lungo la china del compromesso. L’episodio più inquietante di questo continuo compromesso, che va contro le indicazioni del papa, è la celebrazione del 50mo anniversario delle prime consacrazioni illegittime del 1958. Per questo io sono molto preoccupato: sembra assai difficile che ci possiamo fermare dalla china che le cose hanno preso. Davanti alla possibilità della riunione dell’assemblea dei cattolici in Cina, prevista per questo 2009, io davvero sento una grande paura. Quella riunione se, come temo, riuscisse ad ottenere grande partecipazione di vescovi e di preti, sarebbe la fine. Lo ripeto: sarebbe il completo spreco di tutti gli sforzi fatti negli anni precedenti e un insulto al Santo Padre. Si, sarebbe proprio come dare uno schiaffo a lui, perché sarebbe come ignorare completamente la sua Lettera.

Chi è responsabile per la mancata attuazione delle direttive contenute nella lettera del Santo Padre?

Certamente in Cina hanno fatto di tutto per oscurare la Lettera del papa. Ma io penso che anche da parte della Santa Sede si sarebbe dovuto dare più sostegno alla Lettera del papa. La Santa Sede avrebbe dovuto seguirlo di più lungo la linea della chiarezza. A me sembra che ciò non sia avvenuto.

Lo scorso gennaio lei ha scritto un editoriale sul giornale cattolico di Hong Kong in cui chiedeva ai vescovi ufficiali in Cina di avere le stesse virtù di santo Stefano, il primo martire, e non sottostare sempre alle indicazioni dello Stato contrarie alla fede. Lei chiedeva loro di “tener duro”, di resistere alle pressioni dell’Associazione patriottica, per rimanere fedeli al papa[2].

Il discorso che io faccio, riportato anche nell’articolo che ho scritto a gennaio può sembrare un po’ crudele, perché a qualcuno sembra che io spinga al martirio. Ma il martirio non è una cosa che possiamo scegliere noi. Se una situazione richiede il martirio, ci sarà la Grazia del Signore che darà la forza. Il martirio non è frutto della nostra iniziativa, ma se le circostanze lo richiedono, dobbiamo essere pronti al martirio, non c’è scelta. Se le circostanze richiedono il martirio, ma uno si sottrae, allora vuol dire che rinnega la testimonianza di fede che ha il dovere di offrire.

Può sembrare brutta la parola “tenere duro”, ma comunque bisogna essere chiari, essere fermi. Il contrario è la resa. Noi non abbiamo il diritto di arrenderci. Dobbiamo tenere ferma la fede.

Il papa tante volte ha detto che dobbiamo essere fermi nei nostri principi di fede, anche se in un primo momento tutto sembra un fallimento. Purtroppo qualcuno crede  che si possa rinunciare ad una parte della fede per poter evangelizzare. Ma questo è assurdo, perciò io chiedo: ma di quale Vangelo parlate? Di un Vangelo dimezzato? Di un Vangelo scontato?  

Cosa pensa del dialogo tra Santa Sede e Cina e della prospettiva di rapporti diplomatici?

Qualche volta si dà troppa importanza alle relazioni diplomatiche, ma esse da sole non aggiustano tutto. Anzi, possono essere qualcosa che inganna, perché possono dare la falsa impressione che esista la libertà religiosa. La cosa più importante è la libertà religiosa, e certamente essa può essere facilitata dalle relazioni diplomatiche. Ma non è necessariamente vero che quando ci sia l’una c’è necessariamente anche l’altra. Allora non si può mirare solo alle relazioni senza assicurare una vera libertà. In questo momento la possibilità di instaurare le relazioni diplomatiche sembra meno probabile perché ormai la relazione tra Pechino e Taipei è notevolmente migliorata. Allora per non fare perdere la faccia a Ma Yingjiou (l’attuale presidente di Taiwan) Pechino non affretterà le relazioni con il Vaticano, che comporterebbero la rottura tra Vaticano e Taiwan. Sembra che ci sia un tacito consenso tra le due parti, che Pechino lascerà che Taiwan mantenga le relazioni con una serie di piccoli Stati, mentre fino a qualche tempo fa attuava la politica di strappare questi Stati attraverso la concessione di vantaggi economici. Attualmente su questo punto c’è una tregua tra le due parti.

I suoi programmi per il futuro…

Io ho detto che ero desideroso di ritirarmi dall’ufficio della diocesi per concentrarmi nel servizio verso la Cina. È per questo che il Santo Padre mi ha creato cardinale. Ora sentivo che era impossibile fare bene entrambi i servizi. Ricevevo molte lettere o persone, ma non ho potuto seguire i particolari di ogni diocesi della Cina. Non ci potevo star dietro. Leggevo le lettere e le mettevo da parte, ricevevo un ospite (dalla Cina), dicevo quello che sentivo più giusto, ma poi finiva lì, io non potevo andar oltre. Ora invece spero di poter fare di più. Questo è la linea principale: interessarmi più e meglio della Chiesa in Cina e di ciascuna diocesi in particolare, e così sarò meglio informato per dare qualche consiglio. Per ora sento di essere informato sull’insieme della Chiesa, ma non sulle singole diocesi. Ma molti problemi sono a livello delle singole diocesi.

Inoltre siccome il mio lavoro precedente era sulla formazione nei seminari, ben volentieri continuo questo servizio, che non è incompatibile con quello per la Cina. Per questo quando mons. Tong mi ha chiesto di aiutare nell’insegnamento e vivere in seminario, ben volentieri ho accettato. Altrettanto volentieri sarei andato anche via, per lasciare il campo sgombro, ma anche per recarmi in una casa di studi salesiana in Africa, dove hanno bisogno di insegnanti. Poi c’è da tener conto che ho 77 anni, non so per quanto tempo potrò ancora continuare. Io spero che la salute mi sostenga ancora per qualche anno. E poi quando non potrò più apportare il mio servizio, mi ritirerò in una casa salesiana.

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[1] Cfr. il dossier di AsiaNews.it: Lettera del Papa alla Chiesa in Cina.

[2] Cfr  CERVELLERA B., “Il vescovo di Pechino e i compromessi con l’Associazione Patriottica”, in AsiaNews, febbraio 2009, pp. 27-30. Cfr. anche: AsiaNews.it, 03/01/2009 Il card. Zen chiede più coraggio ai vescovi cinesi e 03/02/2009 Il vescovo di Pechino, il Vaticano e i compromessi con l’Associazione Patriottica.


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by Giulio Aleni / (a cura di) Gianni Criveller
pp. 176
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