01/07/2016, 10.00
LIBANO - SIRIA

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Caritas Libano: emergenza profughi fra accoglienza e fondamentalismo

Per p. Paul Karam il Paese rischia di perdere il proprio mosaico etnico, religioso e culturale. Servono piani regionali e uno sforzo della comunità internazionale. Degrado e abbandono dei centri di accoglienza sono un propellente per il fondamentalismo.

 

Beirut (AsiaNews) - Il Libano paga “a caro prezzo” le politiche di altri e rischia di perdere quel “mosaico” etnico, religioso e culturale che da decenni “ne costituisce la specificità”; la nostra “non è una grande terra” e non può accogliere un numero “illimitato” di profughi “che entrano ed escono dal Paese senza una vera sorveglianza”; e non può assumersi “da solo” l’onere dell’accoglienza, mentre altre nazioni “consentono l’ingresso a un numero ridotto”. È quanto afferma ad AsiaNews p. Paul Karam, direttore di Caritas Libano, da quattro anni in prima fila per il sostegno al flusso continuo di famiglie siriane (e non) che fuggono dalla guerra.

Il sacerdote raccoglie l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal patriarca maronita Bechara Rai, a New York in visita pastorale.  Per il patriarca i rifugiati sono un “pesante fardello” che “minaccia l’identità e il futuro” del Paese. In una nazione “piccola” e tuttora “paralizzata” sotto il profilo istituzionale, con un parlamento incapace da oltre due anni di eleggere il presidente della Repubblica (carica che spetta a un cristiano), diventa sempre più difficile attuare politiche mirate di accoglienza. E, al contempo, “rispondere ai bisogni” dei libanesi poveri. 

Cristiani e musulmani libanesi, ha spiegato il patriarca maronita, da tempo hanno creato “una identità comune” pur partendo da “culture e tradizioni diverse”, fondando una nazione basata sulla laicità e sulla libertà religiosa secondo il principio della “unità nella diversità”. In questi anni il Paese ha aperto le porte a milioni di rifugiati da Siria e Iraq. Tuttavia, ha concluso il porporato, essi rischiano di trasformarsi in un “pesante fardello” che sconvolge la natura e l’avvenire della nazione.

In oltre quattro anni, il Paese dei cedri ha ospitato quasi 1,6 milioni di rifugiati siriani e deve affrontare gli squilibri demografici, economici, politici, di sicurezza che questo comporta. L’Onu, che enumera solo quelli registrati, afferma che ve ne sono 1,2 milioni. A questi vanno aggiunte almeno 700 famiglie di cristiani irakeni da Baghdad, Mosul e da Erbil e decine di migliaia di palestinesi dalla Siria. Il tutto a fronte di una popolazione libanese di circa 4,4 milioni di abitanti e un Paese sempre più in difficoltà nella gestione dell’emergenza.

Interpellato da AsiaNews il direttore di Caritas Libano avverte che il Paese “non può pagare il prezzo delle politiche di altri” Stati meglio attrezzati e che hanno però deciso di accogliere “solo 5mila profughi spalmati in cinque anni”. I libanesi, racconta p. Paul, hanno manifestato “grande spirito di accoglienza” non solo verso i siriani, ma con tutti i profughi. Fin dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein in Iraq, è iniziato il fenomeno e “noi subiamo le scelte di chi persegue solo il proprio interesse [in Medio oriente e in Occidente]”. 

Come chiede papa Francesco, racconta il sacerdote, “noi cerchiamo di restituire giustizia e dignità a popoli e persone”, ma le difficoltà aumentano con il passare del tempo. “I centri Caritas fanno il massimo - prosegue - anche se non ci sono aiuti sufficienti per tutti ed è solo una goccia nel mare”.

L’ondata di profughi, i mancati controlli ai confini, le difficoltà crescenti nel pattugliamento del territorio sono all’origine di violenze crescenti anche in Libano, come avvenuto nei giorni scorsi nella cittadina (cristiana) di frontiera di Al-Qaa. “Se non vi è un’attività di verifica sui profughi - spiega p. Paul - questi sono i risultati ed è inevitabile un aumento delle attività estremiste. Non solo qui, ma anche a Istanbul, a Parigi, in Belgio…”. 

In molti punti lungo la frontiera fra Siria e Libano vi è un flusso continuo in ingresso e uscita. “Non dobbiamo certo generalizzare - avverte il direttore Caritas Libano - perché non tutti i profughi sono criminali, molti lavorano e chiedono solo di vivere in modo dignitoso. Ma la condizione degradante dei centri, le difficoltà e il senso di abbandono, in alcuni casi sono un propellente per l’ideologia fondamentalista”. “Del resto quando mancano cibo, scuola, lavoro, quando alle persone è negato il diritto alla vita e si è rinchiusi nei campi - sottolinea - il rischio di radicalizzazione è reale e chi ne paga il prezzo è la popolazione innocente”. 

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