18/06/2018, 12.49
LIBANO - SIRIA
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Caritas Libano: insostenibile il peso dell’accoglienza ai rifugiati. E' urgente la pace in Siria

I vescovi maroniti invocano un ritorno sicuro e dignitoso dei rifugiati. Ma mancano le garanzie di pace e sicurezza. Il Libano rischia il collasso economico e sociale. Onu: “Prematuro” invocare un piano di rientro. P. Karam: la comunità internazionale deve promuovere un processo di pace in Siria, nel “rispetto” di tutti i popoli coinvolti nell’emergenza. 

 

Beirut (AsiaNews) - Il Libano “non può più sostenere il peso dell’accoglienza” dei profughi siriani in fuga dalla guerra. I cittadini si stanno “impoverendo sempre più”; un Paese “piccolo e denso” a differenza di Giordania e Turchia, registra “grosse perdine a livello economico e sociale: il rischio è che tutto il sistema possa crollare”. È l’allarme lanciato ad AsiaNews da p. Paul Karam, direttore di Caritas Libano, da oltre sette anni in prima fila nell’accoglienza. Per risolvere l’emergenza e garantire un futuro alla nazione e all’intera regione “è necessario che la comunità internazionale promuova davvero un processo di pace” che sia “dignitoso e sincero”, perché “chi paga sono le persone più deboli. Bisogna operare in maniera responsabile per la pace, rispettando tutti i popoli”. 

A gennaio un ministro libanese aveva parlato di diminuzione dei rifugiati siriani in Libano, scesi da poco sotto il milione. Tuttavia, secondo gli esperti delle Nazioni Unite la situazione si fa sempre più complicata e oggi sono “più vulnerabili che mai”. Tre quarti vive come meno di quattro dollari al giorno; spesso il denaro non basta nemmeno per acquistare le risorse di base, come cibo e medicine.

Nove rifugiati su 10 hanno chiesto prestiti in denaro e ora sono oberati di debiti. Ogni nucleo familiare spende in media 98 dollari al mese, 44 dei quali servono per mangiare. Secondo cifre Onu, l’84% dei rifugiati trova riparo in Turchia (che accoglie 2,9 milioni di persone), Pakistan (1,4 milioni), Libano (oltre un milione, su un totale di quattro milioni di abitanti), Iran (979.400 migranti), Uganda (940.800) ed Etiopia (761.600).

A conclusione del Sinodo annuale, la Chiesa maronita riunita a Bkerké dall’11 al 15 giugno scorso ha invocato un ritorno “sicuro e dignitoso” dei rifugiati siriani in Libano. I vescovi auspicano una “posizione univoca” e che la questione non sia usata come fonte di scontro fra le varie fazioni politiche. Inoltre, la comunità internazionale non deve usare l’arma della “paura” per bloccare un piano di rientri in zone considerate sicure. Tuttavia, nei giorni scorsi l’Alto commissario Onu per i rifugiati aveva definito “prematuro” parlare di un ritorno dei rifugiati e fra gli stessi rifugiati siriani in Libano serpeggia la paura di nuove violenze in caso di rientro. L’appello comune è alla “soluzione politica” della guerra in Siria come precondizione per discutere di un rientro.

“Anche noi - sottolinea p. Paul - sentiamo racconti di profughi che vogliono tornare in Siria. Ma non abbiamo dati certi sui rientri effettivi mentre, coi nostri occhi, possiamo osservare che il numero di quanti restano in territorio libanese è più o meno lo stesso. Può succedere che un gruppo di 100 faccia rientro, ma vengono rimpiazzati da altrettanti che lasciano la Siria e il numero, e i bisogni, restano invariati”. Ecco perché, aggiunge, è necessario uno sforzo politico a livello di comunità internazionale per garantire “un ritorno che garantisca sicurezza, pace e possibilità di ricostruirsi una vita, una casa”. 

Il problema dei rifugiati è causa di un progressivo indebolimento economico e sociale per il Libano, ormai sempre più sull’orlo del collasso; ciononostante il Paese dei cedri si è speso molto in questi anni di conflitto, operando per “proteggere, promuovere e integrare” come auspicato da papa Francesco nel suo Messaggio 2018 per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. “Il Libano ha risposto all’appello del pontefice - conferma il direttore Caritas - ma ora è a rischio l’intero sistema Paese. Si dice che l’80% del territorio siriano sia stabilizzato, ma non vi sono ancora progetti seri per un rientro. Ecco perché - conclude il sacerdote - incoraggiamo una volta di più il processo di pace [in Siria] come unica via per la risoluzione del problema”.

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