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  • » 24/08/2017, 13.36

    CINA - GRAN BRETAGNA

    Censura a Pechino, sotto il governo di Xi Jinping ‘si è stretto il cappio’

    Geremie R. Barmé

    Gli articoli censurati della Cambridge University Press (Cup) non sono un caso isolato. Mao Zedong ha ucciso e arrestato decine di migliaia di intellettuali. La Cup forse mossa da logiche di mercato. Il potere assoluto di Xi Jinping.

    Canberra (AsiaNews) – La censura in Cina ha profonde radici storiche e trova compimento nella politica attuale di Xi Jinping. Nel II a.C., il primo imperatore represse gli intellettuali uccidendoli e bruciando i loro testi. Mao Zedong ha incarcerato e assassinato decine di migliaia di studiosi ‘controrivoluzionari’. Dopo di lui, anche Deng Xiaoping è ricorso alla forte censura e al carcere degli intellettuali. Come si vede dalla morte di Liu Xiaobo, Xi Jinping intende stringere ancora di più il freno. Queste sono alcune delle tesi nell'articolo che presentiamo di Geremie R. Barmé, storico e sinologo di fama mondiale. Lo scorso 18 agosto, la Cambridge University Press (Cup) aveva acconsentito alle richieste delle autorità di Pechino di impedire ai lettori cinesi l'accesso a controversi articoli sulla Repubblica popolare. In seguito alle polemiche suscitate dalla decisione, la prestigiosa istituzione inglese ha ritirato il provvedimento lo scorso 22 agosto. Il giorno prima il Global Times, giornale legato al cinese “Quotidiano del popolo”, ha pubblicato un editoriale in cui invitava la Cup a sottostare alle leggi cinesi. Geremie Barmé è uno storico, un critico culturale, un film maker, un traduttore ed un editore di giornali web che si occupa di storia culturale ed intellettuale cinese dal primo periodo moderno (1600) al presente. Egli è  direttore dell’ Australian Center di China in the world ed è professore di storia cinese presso l'Australian National University di Canberra. AsiaNews propone in versione integrale la riflessione dello studioso, dal titolo “Bruciate i libri, seppellite gli eruditi!” e pubblicata il 22 agosto su China Heritage. (Traduzione italiana a cura di AsiaNews)

    La censura cinese ha fatto molta strada.

    Durante il suo dominio nel II secolo a.C., Ying Zheng 嬴政, il primo imperatore 秦始皇 di una Cina unificata, represse in maniera famigerata la diversità intellettuale del suo tempo, “bruciando i libri e seppellendo gli eruditi” 焚書坑儒. Non solo egli si sbarazzò di testi fastidiosi, ma cancellò anche i loro autori e potenziali lettori.

    Questa infamia è stata condannata per tutta la storia cinese finché, nel maggio 1958, alla Seconda sessione plenaria del Comitato centrale dell'ottavo Congresso comunista, Mao Zedong, fondatore della Repubblica popolare cinese, chiese ai suoi compagni, che condividevano lo stesso pensiero:

    “Cosa ha fatto di così impressionante il primo imperatore? Ha solo sepolto vivi 460 studiosi, mentre noi ne abbiamo seppelliti 46mila. Quando abbiamo soppresso i controrivoluzionari, non abbiamo ucciso anche alcuni intellettuali controrivoluzionari? Una volta ho dibattuto con alcune persone dei partiti democratici: ‘Voi ci accusate di agire come il primo imperatore, ma vi sbagliate; lo abbiamo superato di 100 volte! Voi denunciate il nostro essere dittatoriali come il primo imperatore; lo ammettiamo volentieri. Quello che è patetico è che ci sottovalutate; dobbiamo sempre spiegarvi i dettagli. (Risata generale)”

    秦始皇算什麼?他只坑了四百六十八個儒,我們坑了四萬六千個儒…… 我們與民主人士辯論過,「你罵我們是秦始皇,不對,我們超過了秦始皇一百倍;罵我們是秦始皇,是獨裁者,我們一概承認。可惜的是你們說的不夠,往往要我們加以補充。」(大笑)

    Oggi, 22 agosto 2017, The Guardian ha riferito che la Cambridge University Press (Cup), editrice di China Quarterly, una delle riviste accademiche più prestigiose della Cina contemporanea, ripristinerà i contenuti cancellati dalla versione online della rivista disponibile in Cina. In precedenza, la Cup si era inchinata in modo furtivo alle pressioni di Pechino per censurare il sito di China Quarterly a disposizione dei lettori universitari cinesi che lo consultavano. La casa editrice lo aveva liberato di articoli su argomenti scomodi come l'indipendenza tibetana, lo Xinjiang, il movimento di protesta del 1989 e il massacro del 4 giugno. Adesso, in seguito a questo tentennamento, la  Cup ha ribadito il suo impegno a “sostenere il principio della libertà accademica su cui si fonda il lavoro dell’Università”.

    In quanto accademico senior che lavora in Cina prima, e poi da direttore fondatore di un importante centro di ricerca, ho già ricevuto la mia buona dose di incontri con ‘accademocratici’ (academocrats) ossessionati dalle classifiche internazionali, flussi di reddito ed i loro amati modelli di business.

    Ho seguito il clamore che ha circondato l'autocensura della Cup su China Quarterly (una rivista per cui, come tanti colleghi internazionali, ho agito come revisore inter pares e dove ho anche pubblicato miei lavori); non ho potuto fare a meno di sentire i macina-numeri accademici che lavoravano in maniera febbrile dietro le quinte, con la nobile Cup e gli amministratori esecutivi di Cambridge. La mia ipotesi è che sono stati occupati con alcuni calcoli frettolosi. Il registro dei plus e minus è probabile sembrasse qualcosa di simile:

    - PLUS: l'accesso al mercato accademico della Cina + l'afflusso continuativo verso Cambridge di studenti paganti cinesi + l'approvazione di Partito e Stato + l’aumento delle vendite cinesi con il sostegno di un censore apprezzato...

    - MINUS: la sgradita attenzione dei media internazionali + la valanga di proteste e petizioni accademiche + la pressione di istituzioni di pari alto livello + il disgusto pubblico + la disapprovazione a lungo termine di una comunità accademica che fornisce servizi gratuiti tramite revisione inter pares + la perdita di autori esistenti e potenziali + i danni permanenti alla reputazione forgiata con cura dalla Cup + le minacce imprevedibili alla posizione di Cambridge nei campionati della classifica universitaria mondiale...

    Il resoconto del Guardian di oggi chiarisce: nobili princìpi a parte, la linea di fondo è l'unica linea difendibile. Il marchio della Cup, anche se un po’ infangato, è stato salvato. È questo quello che chiamano uno scenario “sconfitta-vittoria”? Avendo lottato per raggiungere lo status quo ante, si può immaginare che gli scienziati a Cambridge abbiano anche avuto il coraggio di congratularsi con sé stessi. Ahimè, perfida Albione!

    Non molto tempo dopo la morte di Mao Zedong, un uomo conosciuto come il Primo imperatore numero 2, a Pechino è stata fondata una nuova rivista chiamata Leggere 讀書. La pubblicazione inaugurale, apparsa nell'aprile 1979, presentava un articolo di Li Honglin 李洪林. Il titolo era: “Non vi sono zone proibite per i lettori” 讀書 無 禁區. Dopo 30 anni di draconiana censura di Partito, questo ha inaugurato una nuova era nella pubblicazione e nella lettura. Tuttavia, il saggio di Li è stato pubblicato solo giorni dopo che Deng Xiaoping aveva attaccato la minaccia del “liberalismo borghese” – cioè libertà di espressione e democrazia – e annunciato i Quattro princìpi cardini che affermavano l'assoluta autorità del Partito comunista sulla vita cinese. Da allora gli editori, bibliotecari, scrittori, commercianti di libri e lettori del paese hanno giocato al “gatto e al topo” con un capriccioso sistema di censura.

    Durante periodi di relativa rilassatezza, in Cina era reperibile ogni sorta di lavoro e in genere i lettori con la necessaria capacità linguistica e accesso potevano, senza troppi impedimenti, leggere il sapere e le opere non cinesi. Vi sono state anche delle sorprese per i lettori cinesi: negli anni Ottanta, un vecchio amico, il famoso traduttore Dong Leshan 董 樂山, è stato in grado di far approvare dai censori la sua traduzione di “1984” di George Orwell e nel 2015 “Prigione di velluto: gli artisti sotto il socialismo statale” dell'ex dissidente ungherese Miklós Haraszti è stato pubblicato dal Central Compilation Bureau, un prestigioso corpo che sovrintende anche alla traduzione e alla diffusione di classici marxisti-leninisti.

    Tuttavia, sotto il governo del ‘presidente di tutto’, il cinese Xi Jinping, un uomo che ha più di un qualcosa di Mao in lui, il cappio si è stretto ancora una volta. Nessun libro è stato ancora bruciato (ma chissà quanti manoscritti sono stati relegati dai censori alla morte dei dati negli hard disk o nei cassetti delle scrivanie, in attesa di un futuro rilassamento?), sebbene lo studioso imprigionato Liu Xiaobo è stato di recente vittima di un ‘omicidio di Stato per abbandono’.

    Ieri, prima che la Cup ritirasse il suo divieto su China Quarterly, il Global Times 環球時報, un quotidiano demagogico che dà voce non ufficiale alla linea ufficiale, è intervenuto sul gran clamore ed ha concluso:

    “Non è un grosso problema se alcuni articoli nell'archivio di China Quarterly, che attirano solo uno scarso pubblico di lettori, non sono più disponibili su internet in Cina. Nel contesto più ampio, sono coinvolte le questioni di principio di entrambe le parti. Il vero problema è: i princìpi di chi riflettono meglio l'età in cui viviamo? In questo caso non è vero che ‘ognuno ha il diritto ad una propria opinione’. Si tratta di un gioco di potere. Solo il tempo dirà chi ha ragione.《中國季刊》的資料庫有幾篇讀者不多的文章,以及那幾篇文章後來在中國互聯網上找不到了,都非大事。然而不錯,往大了說,它們觸及了雙方各自在意的原則。那麼誰的原則更契合這個時代,這不是「公說公有理婆說婆有理」的事,而是力量的博弈。時間會最終裁定誰對誰錯的。”.

    Il Partito comunista al potere ha un piano a lungo termine, il problema è che esso permette ai suoi lettori solo di scommettere su una delle parti.

    Post scriptum:

    Mentre questo delizioso fiasco si avvicinava alla chiusura, come se recitasse un cameo in una breve storia di Borges ancora in via di scrittura, i censori di Pechino hanno censurato la notizia che la Cup aveva respinto la loro censura. Bravissimi!

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