21/01/2012, 00.00
MYANMAR
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Chiesa birmana: fiducia e tempo, le condizioni per la pace fra governo e Kachin

Nei giorni scorsi rappresentanti della minoranza etnica e funzionari governativi si sono incontrati in territorio cinese. All’orizzonte nuovi colloqui per un cessate il fuoco duraturo. Vescovo di Bhamo: la fiducia premessa indispensabile. Responsabile Caritas: tempo perché gli sfollati possano tornare nelle loro case.
Yangon (AsiaNews) – La fiducia reciproca fra i due fronti e il fattore tempo sono la “premessa indispensabile” per un cessate il fuoco permanente fra l’esercito birmano e le truppe ribelli Kachin, nell’omonimo Stato a nord del Myanmar. I rappresentanti del governo centrale e una delegazione della minoranza etnica, al termine di una due giorni di incontri oltreconfine in Cina, hanno deciso “ulteriori negoziati” nel prossimo futuro per mettere fine a un conflitto sanguinoso e concludere una pace duratura. 
 
Di rapporti fra Naypyidaw e gruppi etnici ha parlato anche il presidente birmano, nella prima intervista rilasciata a un giornale estero: nel lungo articolo pubblicato ieri dal Washington Post, Thein Sein sottolinea che è necessario costruire un rapporto di “fiducia” fra i due fronti e deporre al contempo le armi. Egli assicura inoltre che l’esecutivo ha avviato una politica di “dialogo con tutti gli 11 gruppi armati presenti nel nostro Paese” e, se la questione “non è ancora del tutto risolta, continuiamo in negoziati”.

E proprio di “fiducia” parla anche un prelato Kachin, aggiungendo che essa è la “premessa indispensabile” per continuare il confronto e per il raggiungere in un futuro prossimo di un accordo di pace. Mons. Raymond Sumlut Gam, vescovo di Bhamo, cittadina situata lungo il corso del fiume Irrawaddy, ha commentato il recente incontro fra rappresentanti governativi e leader Kio – l’Organizzazione indipendentista Kachin – dei giorni scorsi in Cina. Egli auspica che questi appuntamenti possano sortire “risultati positivi”, sebbene “non possa dire di preciso fino a che punto i protagonisti [dei dialoghi] possano arrivare a un accordo di pace”. O, aggiunge ancora, come “stabilire una fiducia reciproca” fra le parti in causa.

Dubbi e incertezze emergono pure dai commenti di p. Paul Aung Dang, direttore dei servizi sociali di Karuna Banmaw, la Caritas locale: “Anche se i negoziati di pace sortiscono dei risultati – spiega – ci vorrà molto tempo perché gli sfollati possano rientrare nelle loro abitazioni”. Il sacerdote precisa inoltre che il conflitto fra governo ed esercito Kachin – il Kia, Kachin Indipendence Army – non è solo un problema locale e che “dobbiamo pregare per tutti quanti hanno dovuto soffrire per le violenze, anche del passato”. “La guerra dei Kachin – conclude – è un problema di tutta la Birmania”.

Dall’indipendenza birmana raggiunta nel 1948, il Myanmar ha registrato violenti scontri – se non vere e proprie guerre civili – fra esercito regolare e milizie delle minoranze etniche in varie zone del Paese. In particolare, dal giugno scorso lo Stato Kachin è teatro di un’aspra contesa che ha causato centinaia di migliaia di sfollati, oltre a decine di vittime civili e militari. A metà dicembre un decreto presidenziale ha sancito la fine delle operazioni dell’esercito; ma l’ordine emanato da Thein Sein non è bastato per riportare la calma. Inoltre, la fine dei combattimenti con le minoranze armate e le violazioni dei diritti delle minoranze sono fra le condizioni poste dal blocco Occidentale – Stati Uniti e Unione europea – per rimuovere le sanzioni economico-commerciali da tempo in vigore.
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