24/10/2005, 00.00
VATICANO – CINA
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Chiesa di Cina mai così presente ad un Sinodo

di Bernardo Cervellera

Il Sinodo sull'eucaristia si è concluso senza la presenza di nessuno dei 4 vescovi cinesi invitati personalmente dal papa a parteciparvi. Fino alla fine il Vaticano aveva sperato che qualcosa succedesse. E lo avevano sperato anche i vescovi invitati. Soprattutto mons. Lucas Li Jingfeng che ha cercato in tutti i modi di far comprendere al governo di Pechino l'importanza per la Chiesa e per la Cina di un tale invito. Se almeno uno dei vescovi fosse arrivato, sarebbe stato un segno per il mondo che la Cina sta davvero cambiando. 

Un analista dei rapporti Cina-Vaticano, vicino alla Santa Sede, ha commentato ad AsiaNews: "L'immagine internazionale della Cina torna ad essere quella di un paese chiuso e oscurantista, anche se negli ultimi tempi aveva mandato segnali di distensione nei confronti della Chiesa".

Anche questa volta, come per il Sinodo del 1998 – quando Giovanni Paolo II invitò  senza successo i due vescovi di Wanxian, mons. Matthias Duan Yinmin e Giuseppe Xu Zhixuan – a segno della loro assenza forzata, nella sala del Sinodo sono rimaste 4 sedie vuote con sopra scritti i nomi degli assenti.

Vescovi cinesi: mai così presenti

Eppure mai come questa volta la Chiesa cinese è stata presente al Sinodo e al cuore di tutta la Chiesa. Lo stesso Benedetto XVI, nella solenne celebrazione conclusiva del Sinodo, sul sagrato della basilica di san Pietro, di fronte a decine di migliaia di fedeli e alle televisioni del mondo intero ha lanciato il suo saluto di comunione ai 4 prelati e a tutta la Chiesa in Cina: "Vorrei ora, con voi ed a nome dell'intero Episcopato, inviare un fraterno saluto ai Vescovi della Chiesa in Cina. Con viva pena abbiamo sentito la mancanza dei loro rappresentanti. Voglio tuttavia assicurare tutti i Presuli cinesi che siamo vicini con la preghiera a loro e ai loro sacerdoti e fedeli. Il sofferto cammino delle comunità, affidate alla loro cura pastorale, è presente nel nostro cuore: esso non rimarrà senza frutto, perché è una partecipazione al Mistero pasquale, a gloria del Padre".

Senza critiche, né denunce, il papa ha messo in luce la sua "viva pena" e il "sofferto cammino" della Chiesa cinese a cui di fatto è stato impedito di esprimere a pieno l'unità visibile con la Santa Sede. Tale unità però si è rafforzata: "siamo vicini con la preghiera".

Tale vicinanza ha avuto un ulteriore segno nella lettera – ed è una prima assoluta nella storia dei sinodi - che i partecipanti al Sinodo hanno espressamente pubblicato indirizzandola ai 4 presuli assenti: mons. Antonio Li Duan (Xian); mons. Luca Li Jingfeng (Fengxiang); mons. Aloysius Jin Luxian (Shanghai); mons. Giuseppe Wei Jinyi (Qiqihar).

Il fatto importante è che anche dalla Cina non sono mancati segni di unità.

Secondo fonti di AsiaNews, i 4 vescovi hanno inviato a Benedetto XVI un messaggio per ringraziarlo dell'onore dato a loro e alla Cina attraverso l'invito. Tutti sono addolorati per l'impossibilità a venire a Roma. Tre di loro (mons. Antonio Li Duan di Xian; mons. Aloysius Jin Luxian di Shanghai; mons. Lucas Li Jingfeng di Fengxiang) adducono anche motivi di salute; alcuni accennano alla situazione ancora confusa dei rapporti fra Cina e Vaticano; tutti esprimono gratitudine e amore al papa e alla Chiesa universale e promettono fedeltà.

Il 18 ottobre, a pochi giorni dalla conclusione del sinodo, il card. Angelo Sodano ha perfino letto la lettera inviata al papa da mons. Luca Li. La lettera era giunta in Vaticano il 6 ottobre. Il card. Sodano ha detto che Benedetto XVI risponderà con una lettera di suo pugno a tutti e 4 i vescovi. Al momento, la risposta del papa e i testi delle lettere dei vescovi non sono state ancora rese pubbliche.

Un fatto è certo il gesto di invito del papa e l' unità espressa con queste lettere sono un forte messaggio a tutto il mondo (e al governo cinese) che:

  • per il papa la Chiesa in Cina è una sola. L'invito rivolto a vescovi non ufficiali e ufficiali riconciliati con la Santa Sede, rivendica un rapporto di comunione fra Roma e la Chiesa in Cina che 56 anni di comunismo non hanno potuto incrinare;
  • per cristiani sotterranei e ufficiali è giunto il tempo di collaborare sempre di più risanando le divisioni e le incomprensioni del passato. Vero è che da diversi anni questa frattura si sta ricomponendo. L'invito del papa ai 4 vescovi sta accelerando le cose. La divisione superata fra Chiesa ufficiale e non ufficiale è un altro smacco per la politica religiosa del governo che da decenni ha cercato di "premiare" i vescovi che si sottomettono all'Associazione Patriottica (AP), punendo con l'isolamento e la prigione coloro che ne vogliono stare fuori. Vescovi ufficiali e sotterranei considerano ormai il rapporto fra loro e con il papa come più importante dei "favori" concessi dall'AP.

La reazione del governo

Resta da capire che impatto ha avuto la testimonianza di unità fra papa e vescovi cinesi sullo stesso governo di Pechino.

Un primo fatto certo è che il Vaticano è deluso dall'atteggiamento di Pechino. Qualcuno ha commentato con amarezza: "Siamo stati ingannati!". Da oltre un anno infatti, la Santa Sede lavorava all'evento sinodale e studiava la partecipazione dei prelati dalla Cina. Contatti con l'ambasciata cinese a Roma lasciavano una certa speranza; gli stessi vescovi candidati, interpellati in precedenza, avevano detto che "era bene provare" e che c'erano  buone possibilità. I governi provinciali cinesi hanno detto a più riprese ai prelati designati che sarebbero "onorati di soddisfare questa richiesta del Vaticano". Anche il governo centrale aveva tutto da guadagnare, dopo l'umiliazione subita da Pechino davanti a tutto il mondo per la sua assenza ai funerali di Giovanni Paolo II, e la rilevante presenza del presidente taiwanese.

Proprio questa umiliazione è stata la molla che ha reso Pechino desiderosa di fare qualche gesto di distensione. Il permesso ai vescovi per andare a Roma doveva fare da pendant con l'invito ufficiale alle suore di Madre Teresa di aprire una casa a Qingdao. Nessuna di queste cose si è ancora realizzata.

Va registrato che sul caso dei vescovi il governo centrale ha taciuto. Solo Ye Xiaowen, direttore dell'Amministrazione statale per gli Affari religiosi, ha osato dire che "c'è ancora qualche possibilità di dialogo". Fino a pochi mesi fa Ye era uno dei più tetragoni difensori di una chiesa cinese autonoma, separata da Roma. Due anni fa ha difeso a spada tratta il criterio della "democrazia" nella Chiesa cinese, per sottomettere le decisioni episcopali alle votazioni di un Comitato dei Rappresentanti cattolici, dove i vescovi sono in minoranza. Il suo cambiamento di tono mostra che qualcosa si muove davvero nel governo.

Il segno più positivo di questo "movimento" è l'accettazione di fatto di Pechino di tutte le ultime nomine episcopali ad opera del Vaticano.

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