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  • » 16/08/2007, 00.00

    INDIA

    Chiesa indiana: perché i contadini siano davvero “al centro dello sviluppo”

    Nirmala Carvalho

    Ottimismo e progresso nel discorso del premier Singh per i 60 anni dall'indipendenza. Ma personalità della Chiesa indiana denunciano: questo sviluppo si concentra troppo sulle città a scapito delle campagne.

    New Delhi (AsiaNews) – Grande ottimismo e orgoglio nazionale, nel discorso del premier indiano Manmohan Singh tenuto ieri per il 60° anniversario dell’Indipendenza dell’India, 15 agosto. Singh assicura che per il Paese “il meglio deve ancora venire” e promette di “sradicare la malnutrizione in 5 anni”, ma si rende conto che “saremo liberi e indipendenti solo quando avremo eliminato la povertà”. Padre Nithiya Sagayam, Segretario esecutivo della Commissione giustizia, pace e sviluppo della Conferenza episcopale  indiana, parla ad AsiaNews delle gravi contraddizioni del Paese.

    “Le parole del premier pronunciate al Red Fort [antico complesso imperiale fortificato, sul quale il 15 agosto 1947 fu issata la bandiera indiana. dopo avere ammainato quella britannica, ndr] sono ispirate, ma la realtà è molto diversa. Singh dice che ‘i contadini sono stati al centro dello sviluppo’. E’ una dichiarazione che la Chiesa indiana apprezza. Il Mahatma Gandhi, padre della Nazione, desiderava il benessere sociale dei nostri contadini”.

    “L’India è costituita soprattutto da villaggi e da qui si deve partire se si vuole un vero sviluppo. Ma oggi lo sviluppo riguarda solo le città, dove sorgono le principali industrie. Scuole, istituti professionali, ogni cosa è fatta con riferimento alle città. Questo aumenta il divario economico e sociale tra residenti rurali ed urbani, che in realtà è una divisione tra ricchi e poveri”.

    E’ necessario - secondo il sacerdote - intervenire sulle cause della povertà dei rurali. “Sono i principali produttori di generi alimentari, ma sono afflitti da problemi insormontabili come l’aumento dei prezzi, che ha costretto molti di loro a indebitarsi e li ha portati al suicidio. Anche se il premier parla dell’importanza primaria dello sviluppo, tuttavia, dopo 60 anni di indipendenza, molti villaggi ancora non hanno strade ed elettricità. Negli ultimi 10 anni si sono registrarti almeno 100mila suicidi tra i contadini nella sola regione di Vidarbha, in Maharashtra”. “La Caritas indiana - ricorda - ha lanciato ad aprile il programma 'Salva i rurali, salva l’India', nella speranza di far diminuire i suicidi tra i contadini indebitati”. La situazione è anche conseguenza della globalizzazione, che ha portato maggiori importazioni di alimenti più competitivi di quelli locali. "La notizia di gente malnutrita, che muore per fame è diventata normale - raccota p. Sagayam - anche se ci sono 65 milioni di tonnellate di granaglie che stanno marcendo nei magazzini”.

    Ma il governo affronta il problema con aiuti insuffcienti e senza ripensare il sistema stesso di sviluppo. “Una gran parte della popolazione - dice - non trae benefici dalle politiche di sussidio, la corruzione è così diffusa che molte ‘carte per i poveri’ sono andate a benestanti ed impiegati pubblici con buone pensioni sono registrati come beneficiari di queste carte. Cereali e altri prodotti destinati a questi poveri si trovano sul mercato, dove sono venduti con elevato profitto”.

    Il sacerdote indica poi anche negli anziani e nei lavoratori non specializzati altre categorie su cui il governo Singh dovrebbe concentrarsi. “Solo su una cosa sono d’accordo con quanto dice il premier - conclude p. Sagayam - il meglio deve ancora venire.”

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