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» 25/05/2006 12:47
Cina
Cina, condannati al carcere gli abitanti di Dongzhou

Il processo è durato due giorni: le pene per i contadini variano da tre a sette anni di reclusione, malgrado il governo avesse sanzionato il comportamento della polizia. Come avvenuto per le proteste popolari ed il successivo scontro, nessuna copertura mediatica dell'evento.



Haifeng (AsiaNews/Scmp) - Sono state emesse dopo solo due giorni di processo le sentenze per diciannove abitanti del villaggio di Dongzhou, nel Guangdong, accusati di aver istigato le sanguinose rivolte scoppiate alle porte del villaggio lo scorso dicembre.

Malgrado il governo centrale avesse punito i poliziotti ritenuti responsabii degli scontri, la Corte di giustizia popolare di Haifeng – che come Dongzhou ricade sotto la giurisdizione della città di Shanwei - ne ha condannati dodici, a pene oscillanti dai tre ai sette anni di reclusione, mentre i restanti sette sono stati assolti per mancanza di prove. Le accuse presentate dai procuratori pubblici sono detenzione di esplosivi, assembramento illegale e disturbo della quiete pubblica.

La Corte ha condannato i presunti leader della protesta, Huang Xirang, Lin Hanru e Huang Xijun, con la pena più severa. Queste informazioni sono state confermate dai parenti dei condannati perché i media statali non hanno coperto in alcun modo la vicenda, così come avvenuto durante tutto il periodo della protesta del villaggio e del successivo scontro. Un impiegato del tribunale, raggiunto per telefono, ha detto di non sapere nulla ed ha riattaccato.

La decisione dei giudici contrasta con le punizioni che il governo centrale ha comminato ai vertici della polizia implicati negli scontri: l'ufficiale che comandava l'azione ed ha ordinato di aprire il fuoco è stato licenziato, mentre altri tre poliziotti sono stati degradati.

La protesta di Dongzhou è nata dalla requisizione forzata delle terre, dal mancato risarcimento e dal disprezzo mostrato dalla pubblica amministrazione verso le richieste dei contadini. Per più di un anno gli abitanti si sono lamentati della requisizione delle loro terre da parte del governo locale per la costruzione di una centrale energetica; dicono che le terre sono state vendute a degli investitori esterni senza alcun avvertimento; che il risarcimento che è stato dato loro era il 30 % di quello previsto dalle tabelle governative.

Gli abitanti di Dongzhou affermano di aver cercato l'aiuto del governo con diverse petizioni presentate all'amministrazione statale. Ma esse sono state sempre ignorate. "I rappresentati del governo - racconta uno dei abitanti - come unico gesto, ci hanno offerto una volta fra il 10 ed il 30 % della somma che ci spettava per la requisizione".

La crisi cresce d'intensità a maggio, quando all'ennesima petizione il governo locale risponde con un compenso una tantum di 600 mila yuan (circa 60 mila euro ndr). "Come si può fare questa offerta – dicono gli abitanti – se senza la terra ed il lago noi perdiamo tutto? Non siamo mendicanti". A luglio, una delegazione di tre abitanti viene arrestata per aver cercato di consegnare un'altra petizione. I tre vengono rilasciati solo quando i loro amici bloccano le strade che portano ad un villaggio turistico per 24 ore.

Il confronto esplode a settembre, quando il contabile della commissione del villaggio, Huang Jinhe, viene trovato morto in casa di parenti. "Crediamo sia stato ucciso – dice un abitante – perché ha rifiutato di falsificare i conti del villaggio un giorno prima la pubblicazione". La morte del contabile convince i suoi concittadini ad unirsi e chiedere aiuto agli abitanti di Shigongliao, villaggio vicino che ha affrontato problemi simili in passato.

L'unione dei villaggi spinge la polizia ad un primo raid a Dongzhou, per "cercare trafficanti di droga". Il primo ad essere preso è Li Zelong, leader della protesta: "Sappiamo che Li aveva avuto problemi con la droga – dicono gli abitanti - ma ne era uscito anni fa. Lo hanno preso perché ci fidavamo di lui e perché conosce la legge".

L'arresto, avvenuto il 5 dicembre, scatena la protesta e la sua repressione nel sangue: il giorno dopo la "visita" della polizia gli abitanti dei due villaggi si recano davanti ad una centrale eolica, sulla strada principale che esce dal villaggio, ed iniziano a colpirla con spranghe e "bombe pesce" (una mistura di fertilizzante e cherosene chiusa in bottiglie di vetro).

A "calmare la popolazione" vengono mandati dal governo locale mille poliziotti in assetto anti-sommossa che "per errore" – secondo la versione ufficiale – sparano ed uccidono tre persone. Per i residenti, le vittime del massacro sono più di 20.


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