28/09/2005, 00.00
CINA
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Cina, il boom della produzione della carta distrugge le foreste in Asia

Pechino si avvia a diventare la maggior produttrice mondiale nel settore cartaceo. Gli ambientalisti denunciano che la materia prima viene spesso procurata senza controllo o in modo vietato.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina si avvia a diventare il maggior produttore mondiale di carta. Ma al Paese e al sud est asiatico ciò costa una grave deforestazione.

La moderna produzione della carta in Cina si è sviluppata nell'ultima decade. "La Cina – racconta Nick Harambasic, manager dell'americana Penford Products – prima aveva molte piccole fabbriche di bassa qualità che producevano per il consumo interno. Negli anni '90 ha iniziato l'impianto di cartiere di livello mondiale. La crescita è stata fenomenale." L'esperto prevede che la Cina diventerà il maggior produttore mondiale di carta, primato ora degli Stati Uniti.

Secondo Harambasic, negli ultimi 10 anni sono state installate circa 14 grosse fabbriche per la carta ogni anno, ciascuna per un costo tra 250 e 500 milioni di dollari Usa e con capacità produttiva di oltre 100 mila tonnellate annue.

Nello stesso periodo la Asia Pulp & Paper (App), società della famiglia sino-indonesiana Widjaya, è diventata azienda leader nel settore.

"Prima del 1995 – prosegue Harambasic – la App aveva dimensioni abbastanza modeste. Ora produce abbastanza carta da poter controllare i prezzi mondiali." "La App – conferma Alex Goh, capo dell'ufficio finanziario della ditta – esporta prodotti finiti in 65 Paesi." La App è considerata la 7° maggior produttrice di carta, le prime 6 sono ditte americane (Usa e Canada) e finlandesi. In Cina ha una produzione – spiega Goh –superiore a 4,5 milioni di tonnellate di carta. Prevede di aumentare la produzione di 1,6 milioni di tonnellate nei prossimi 2 anni nella provincia dello Hainan. La ditta ha sede a Singapore ed è quotata alla borsa di New York, ma negli anni scorsi è stata accusata di non avere pagato debiti per 14 miliardi di dollari Usa.

Nel 2005 è stata accusata di avere tagliato intere foreste senza autorizzazione, con la complicità del governo locale, nella regione di Simao nella provincia dello Yunnan, ed è stata aperta un'indagine. "Crediamo – ha detto nel marzo Wang Zhuxiong, vice direttore amministrativo del Dipartimento per la gestione delle risorse forestali – che sia la App che il governo locale siano responsabili per l'illecito." "Nessun colpevole resterà impunito al termine delle indagini", ha aggiunto.

Le organizzazioni ambientaliste e i gruppi studenteschi tra maggio e giugno 2005 hanno organizzato proteste contro la App di fronte ai grandi shopping centers nelle 6 maggiori città (tra cui Pechino e Guangzhou), con invito a boicottarne i prodotti.

La massiccia produzione cinese ha causato una scarsità di legno e di polpa di legno nel Paese, con problemi ambientali per l'eccessiva deforestazione. Dal 1997 al 2003 in Cina l'importazione di legname è aumentata da 12,6 milioni di metri cubi a 40,2 milioni di metri cubi – spiegano Graeme Lang e Cathy Chan Hiu-wan dell'università cittadina di Hong Kong – mentre carta e polpa sono passati da un equivalente a 27,6 milioni di metri cubi di legno a 66,5 milioni di metri cubi. I fornitori sono gli Stati del sud est asiatico, ma soprattutto Russia e Indonesia.

Il World Wildlife Found (WWF) teme che tutto ciò danneggi le foreste nel sud est asiatico, in Russia e in Sud America. "La Cina – spiega il WWF in un rapporto - importa da molti Stati nei quali il controllo sulle foreste è scarso." Per esempio – prosegue il rapporto - le importazioni dal Myanmar, uno dei principali fornitori, finiscono per far affluire finanziamenti alle spese militari della Giunta o dei gruppi rivoltosi, senza un effettivo controllo sulle conseguenze ambientali.

Come in Indonesia, che dagli anni '90 perde 2 milioni di ettari di foresta ogni anno, per il taglio svolto da "operatori sia autorizzati che abusivi". Le importazioni cinesi dall'Indonesia nel 2002 per legno e prodotti derivati sono maggiori di 2,6 milioni di metri cubi rispetto alle esportazioni dichiarate da Jakarta. Cosa che – conclude il rapporto - può spiegarsi solo con la trascuratezza o, peggio, con attività illegali. (PB)

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