02/02/2016, 08.44
CINA
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Cina, la famiglia del sacerdote “suicida” vuole una nuova inchiesta

I congiunti di p. Pedro Yu Heping, noto anche come Wei Heping, hanno potuto visionare il referto dell’autopsia soltanto una volta: il testo parla di emorragia cerebrale, ma aggiunge che non vi sono ferite visibili sul corpo. Dopo le proteste dei familiari, la polizia risponde che “il caso è chiuso”. Il card. Zen: “In Cina non esiste soltanto il suicidio, ma anche ‘l’essere suicidato’. La morte di questo sacerdote, come il chicco di grano evangelico, porterà frutti in abbondanza”.

Hong Kong (AsiaNews) – La famiglia di p. Pedro Yu Heping, sacerdote cinese della Chiesa non ufficiale morto in circostanze misteriose lo scorso novembre 2015, ha chiesto alle autorità di aprire una nuova inchiesta sul presunto suicidio del proprio congiunto. Il corpo del sacerdote è stato ritrovato l’8 novembre sul fiume Fen, tributario del Fiume Giallo che scorre nella provincia dello Shaanxi. La polizia ha da subito definito la morte un suicidio; allo stesso modo, i familiari e gli amici di p. Yu (noto anche come Wei Heping) hanno sollevato diversi sospetti sull’accaduto.

Secondo l’agenzia Ucanews, la stazione di polizia Wanbailin (nella città di Taiyuan) ha mostrato il 15 gennaio 2016 i risultati dell’autopsia alla famiglia. Nel testo si legge che era presente “una larga emorragia” nel lato destro del cervello, ma non c’erano segni o ferite visibili sulla pelle. Il problema, dice una fonte, è che “gli agenti non hanno permesso ai familiari di tenere il referto o farne una copia. Nessun documento è stato mostrato al pubblico”.

Ora i congiunti chiedono una nuova indagine. “Come si può parlare di suicidio, quando l’autopsia è così vaga? Può essere morto per tanti altri motivi”. Inoltre il p. Wei era un sacerdote “buono e fedele”, e il suicidio è considerato un peccato grave dalla Chiesa cattolica: “Non l’avrebbe mai commesso”. Da parte loro, gli agenti hanno risposto che il caso “è chiuso e non verrà riaperto”.

Anche la Chiesa di Hong Kong non crede al presunto suicidio. Il p. Wei, dicono diverse fonti di AsiaNews, “era molto noto anche fuori dalla Cina, conosceva le lingue e sapeva usare internet. Insomma era pericoloso per il governo. Inoltre, era un sacerdote splendido: non si sarebbe mai ucciso”. Questa opinione è condivisa anche dal vescovo emerito della diocesi, card. Joseph Zen Ze-kiun, che insieme ai fedeli ha voluto ricordare l’anima del defunto con una messa di suffragio (nelle foto) lo scorso 30 dicembre 2015.

Questa sera, ha detto il presule nella sua omelia, “noi ringraziamo il Signore per l’abbondanza di doni nella vita di p. Wei: la grazia del Battesimo, della sua vocazione sacerdotale, del servire il popolo di Dio in tanti modi diversi. I suoi anni erano la metà dei miei, ma io lo ammiro per il suo impegno nell’educare i giovani, per lo stimolo missionario, per la formazione delle vocazioni e per il servizio ai poveri”.

Dopo la riunificazione di Hong Kong alla Cina continentale, continua il card. Zen, “le nostre Chiese dovrebbero appartenere a una sola famiglia, ma invece sembrano di due mondi diversi. Noi abbiamo libertà di culto, loro sono ancora perseguitati […] Il loro esempio nella fede spesso ci fa vergognare di noi, ma ci incoraggia anche a sostenere la libertà religiosa. Eppure c’è qualcuno là fuori che non si sente a suo agio nel vedere questi scambi fra noi e i nostri fratelli sul continente”.

Abbiamo imparato, conclude il vescovo emerito, “che in Cina non soltanto esiste il suicidio, ma esiste anche ‘l’essere suicidato’. Nonostante tutto, questo chicco di grano è caduto sul suolo: speriamo che possa portare frutto in abbondanza”.

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