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    » 07/01/2016, 00.00

    CINA

    Cina, la legge del figlio unico sopravvive nelle aziende



    Un’industria di Changchun impone alle proprie dipendenti di avvertire la dirigenza “un anno prima” per una nuova maternità. Si tratta di un fenomeno in crescita nel Paese: il Partito ha alleggerito la politica di controllo delle nascite, ma gli interessi economici la mantengono di fatto in vigore. L’indignazione dei social network.

    Pechino (AsiaNews) – Un’industria della città di Changchun (Jilin, nel nordest) ha imposto alle proprie dipendenti donne di comunicare con un anno di anticipo ai dirigenti il desiderio di divenire madri. La richiesta è motivata con “l’impossibilità” di rimpiazzare le future madri in congedo parentale, ma non specifica se la direzione possa o meno rifiutare la comunicazione. Si tratta dell’ennesima restrizione allo sviluppo delle famiglie nel Paese: nonostante il governo abbia “alleggerito” la politica del figlio unico, si moltiplicano le notizie che parlano di abusi (tollerati dalle autorità) subiti dalle coppie che vogliono divenire genitori. Nel mirino vi sono soprattutto le future madri, che rischiano licenziamenti e persino cause di lavoro.

    La notizia dell’industria di Changchun è stata pubblicata dal New Culture, giornale statale, e ha avuto ampio risalto sui social network. Migliaia di persone hanno reagito su Sina Weibo, popolarissimo sito di microblogging cinese: “Non vedo il beneficio per l’azienda – scrive un’utente – mentre è evidente il tentativo di ostacolare l’occupazione femminile”. Anche alcuni uomini condividono questo punto di vista: “Non vogliamo che i datori di lavoro siano sempre più riluttanti ad assumere donne”.

    Ma non tutti sono d’accordo. Un’altra utente donna scrive: “Devo dire che, da quando il governo ha introdotto la politica del secondo figlio, nella mia unità di lavoro ora ci sono più di 12 donne incinte. Le limitazioni alla maternità sarebbero una buona cosa”. Il direttore delle risorse umane dell’industria incriminata, la signora Zheng, non dice il nome del suo luogo di lavoro ma spiega: “Dobbiamo considerare prima di tutto gli interessi dell’azienda. Con il calo dell’economia è impossibile assumere persone che rimpiazzino le operaie in attesa, ed è impossibile sovraccaricare le unità di lavoro perché qualcuno se ne va per mesi”.

    Dal 1979 in poi la Cina ha attuato – spesso con violenza – la politica di un solo figlio per famiglia, per concentrare la nazione sullo sviluppo economico. In seguito si è permesso a gruppi etnici di avere due figli e ai contadini di averne due se il primo figlio era una bambina. L'attuazione della legge è stata spesso violenta, con multe esose contro i violatori e perfino sterilizzazione forzati e aborto fino a nove mesi di gravidanza.

    Fra il 2013 e il 2014 il governo ha “alleggerito” la legge e ha consentito ad alcune coppie (quelle in cui almeno uno dei coniugi è “figlio unico per legge”) di avere un secondo bambino. Tuttavia su 11 milioni di coppie che rientrano in questa casistica soltanto 1,45 milioni hanno chiesto di poter accedere al privilegio concesso. E dei 20 milioni di neonati attesi da Pechino per il 2014 ne sono nati soltanto 16,9 milioni.

    Questo squilibrio, spiegano gli esperti, nasce da decenni di influenza politica contraria alla natalità, dall’aumento del costo della vita e dalla difficoltà di trovare lavori dignitosi con stipendi in grado di sostenere una famiglia numerosa. Al punto che il tasso di natalità della Cina è oramai fermo a 1,18 figli per coppia contro la media mondiale di 2,5.  

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