21/02/2015, 00.00
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Copti decapitati in Libia: il calvario delle famiglie, il dolore dei musulmani

di André Azzam
I giovani uccisi dallo Stato islamico erano in Libia per lavorare, molti di loro aspettavano di sposarsi e intanto aiutavano i loro parenti in patria. Padri, madri, mogli, fratelli degli uccisi sotto shock. Svenimenti, cadute, ricoveri in ospedale dopo la notizia della tragedia. La solidarietà dei villaggi, delle Chiese, della nazione, sempre più unita. La lista degli uccisi. Dal corrispondente di AsiaNews in Egitto. Prima parte.

Il Cairo (AsiaNews) - La notizia della decapitazione di 21 giovani copti egiziani da parte dello Stato islamico (SI) in Libia immerge ancora oggi l'Egitto nel dolore e nel lutto. Le famiglie degli uccisi rimangono prostrate in una sofferenza anche fisica, confortate dalla partecipazione delle loro comunità in preghiera. Anche molti musulmani partecipano al dolore.  Gli eventi tragici del rapimento e dell'esecuzione dei giovani egiziani sta rendendo più unita la nazione. Amr 'Abel al-Raziq, ex giudice, afferma che la popolazione è unita e sostiene l'esercito nelle operazioni militari contro  le basi "dei barbari assassini" in Libia.

In generale, tutti sono stupiti dai resoconti della tivu Al Jazeera, che afferma che i raid egiziani contro lo SI abbiano fatto molte vittime fra i civili. Ma sono abituati alle parzialità con cui la televisione qatariota presenta l'Egitto. Il Paese è felice che l'ambasciatore del Qatar sia stato richiamato dal suo governo, anche se si sospetta che egli fosse lontano dal Paese da oltre un mese, forse per vacanza.

Il sentimento più diffuso è di orgoglio insieme a dolore per le famiglie delle vittime. Orgoglio perché i 21 egiziani hanno affrontato la morte con coraggio, come moltissimi martiri egiziani hanno fatto nella storia dai tempi dei faraoni, a Diocleziano, ai crudeli Mamelucchi, ai vari poteri che hanno occupato l'Egitto per secoli.

Ogni egiziano, e soprattutto i copti, hanno un senso del martirio profondamente radicato, come anche una profonda religiosità vissuta per migliaia di anni. Ciò è ancora più evidente nell'Alto Egitto - da dove provenivano gli uccisi - e nelle zone rurali, dove i cristiani hanno dovuto far fronte a innumerevoli problemi negli ultimi decenni.

Il calvario delle famiglie delle vittime era cominciato diverse settimane fa, quando sono state pubblicate le foto dei loro cari con indosso la tuta arancione della gente condannata a morte. Essi erano andati a gridare il loro dolore davanti all'ufficio del sindacato dei giornalisti e davanti alla cattedrale copta di san Marco: "Vogliamo i nostri figli, vivi o morti!".

Giorni fa, Nader Shukry, uno dei familiari ha dichiarato: "Il problema è cominciato lo scorso 31 dicembre, quando sette egiziani sono stati rapiti mentre cercavano di ritornare in Egitto. Il 3 di gennaio altri 13 egiziani sono stati rapiti. Lo scorso 5 agosto, altri copti egiziani erano stati rapiti in Libia. Il ministero degli Esteri era stato capace solo di mettersi in contatto con alcuni capi tribù libici. Shurkry ricorda che allora i rappresentanti delle famiglienon sono riusciti a incontrare né il Primo ministro, né il ministro degli Esteri, né il governatore di Minya.

Bedewy Samouïl  e Ibrahim 'Ayyad, ognuno fratello di una vittima, dicono che tutte le loro famiglie hanno vissuto l'inferno per almeno due mesi; lo stesso è per Mushrif Fawzy, papà di una delle vittime. Tutti loro hanno domandato perfino l'intervento dell'Onu.

Il p. Sidrac Ghâly, igumeno della diocesi di Samallut, l'area da cui provengono le vittime (Medio Egitto, provincia di Minya), ha seguito di continuo la situazione; il vescovo cattolico di Minya, mons. Botros Fahîm ha proposto giornate di preghiera e digiuno tempo prima di sapere dello sgozzamento dei rapiti.

Stephanos Daoud, 60 anni, e sua moglie, piangono ancora per i loro due figli, Bishoi, 25 anni e Samouil, 22, due fratelli che sembravano quasi dei gemelli, e che non volevano mai separarsi. Il padre e la madre non hanno mai raggiunto Il Cairo. Sono sempre rimasti nel loro villaggio. Il loro figlio maggiore, Bashir, si è recato al Cairo per cercare informazioni e sostegno, ma ha dovuto rassegnarsi alla sua impotenza nel proteggere i suoi "due inseparabili fratelli, che nemmeno la morte ha potuto dividere".

Dal 16 febbraio, quando si è diffusa la notizia della decapitazione del gruppo, pianti, lamenti, critiche, gemiti e urla si sono levati nei villaggi, a Samallout, a Minya, al Cairo e in tutto l'Egitto. Molti familiari delle vittime, a sentire la notizia, sono svenuti. Nel villaggio di Al-'Our (vicino a Samallout, da dove proviene la maggior parte degli uccisi), le madri e le mogli hanno subito profondi shock. Nessim Gabâly, un abitante del villaggio, racconta che Sâmeh Salâh Farouq, ormai vedova, è svenuta mentre teneva in braccio il suo piccolo di un anno, divenuto orfano.

Un gran numero di abitanti sono stati portati negli ospedali di Samallout a causa di problemi di pressione subiti o per le ferite riportate dopo le cadute o gli svenimenti.

Stephanos Daoud spera di poter ricevere le salme dei suoi due figli, per dare loro una degna sepoltura. Tutte le altre famiglie nutrono la stessa speranza, ma forse invano, dato che i miliziani hanno gettato in mare i corpi degli uccisi.

Teresa 'Ateyyât Shehâta, 60 anni, madre della vittima Youssef Shukry Younan, ha detto che suo figlio si preparava a sposarsi e col suo lavoro sosteneva le sue due sorelle. A Matay, a nord di Samallout, Mounir 'Adly Saad è svenuto alla notizia dell'uccisione di suo figlio Gaber.

Amba Paphnutios, vescovo copto ortodosso di Samallout ha subito deciso di organizzare messe e preghiere per le vittime; i vicini hanno drizzato delle tende nel villaggio per accogliere  I visitatori e ricevere le condoglianze.

Questi sono i nomi delle 21 vittime:

-       Louqâ Nagâti Anis 'Abdou, 27 anni, sposato, con un bambino di 9 mesi;

-       'Essâm Baddâr Samir Is'hâq, celibe, entrambi del villaggio di al-Gabaly;

-       Sâmeh Salâh Farouq, sposato, un bambino, del villaggio di Manqariûs;

-       'Ezzat Boshra Nassîf,  sposato, con un figlio di 4 anni, del villaggio di Dafash;

-       Gâber Mounîr 'Adly Saad, celibe, del villaggio di Menbâl;

-       Mîna Shehâta 'Awad, del villaggio di Al-Farouqeyya.

Dal villaggio di Al-'Our:

-       Hâny 'Abdal-Massîh Salîb, sposato; con tre figlie e un figlio;

-       Guergues Milâd Sanyût, celibe;

-       Tawadraus Youssef Tawadraus, sposato, con tre figli da 7 ai 13 anni;

-       Kyrillos Boschra Fawzy, celibe;

-       Mâgued Solimân Shehata, celibe, due figlie e un figlio

-       Mîna Fâyez 'Azîz, celibe;

-       Samouïl Alham Wilson,  sposato, con tre figli di 6,4 e 2 anni;

-       Bishoï Stephanos Kâmel, celibe;

-       Samouïl Stephanos Kâmel, fratello di Bishoi, celibe;

-       Malâk Abrâm Sanyût, sposato, tre bambini;

-       Milâd Makîn Zaky, sposato, una figlia;

-       Abânûb 'Ayyâd 'Ateyya Shehâta, celibe;

-       Guergues Samîr Megally Zâkher, celibe;

-       Youssef Shukry Younân, celibe;

-       Malâk Farag Ibrâhîm,  sposato, una bambina.

 

(Fine prima parte)

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