22/01/2014, 00.00
CINA
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Corruzione in Cina: nei paradisi fiscali anche i soldi di leader politici e industriali

Lo rivela un'inchiesta dell'International Consortium of Investigative Journalists, già ribattezzata "Chinaleaks". Nella lista nera anche i familiari dei vertici del Paese sin dai tempi di Deng Xiaoping. Analisti: "I conti offshore aumentano la disuguaglianza fra ricchi e poveri e alimentano la corruzione. Se vuole, Pechino può fermarli". Il giro d'affari è stimato in mille miliardi di dollari.

Pechino (AsiaNews) - Leader politici e loro familiari, industriali e persino dirigenti della lotta anti-corruzione voluta da Xi Jinping hanno fondi nascosti nei paradisi fiscali sparsi in tutto il mondo. Lo rivela l'International Consortium of Investigative Journalists, unione internazionale di reporter, che ha ottenuto e pubblicato in un rapporto i dati ricavati da una massiccia fuga di notizie. Lo scandalo, che riguarderebbe oltre 2,5 milioni di files, è stato ribattezzato "Chinaleaks" e potrebbe portare a una nuova ondata di censura nel Paese.

Secondo il testo, fra i titolari di conti all'estero ci sono 22mila clienti con indirizzo nella Cina continentale e altri 16mila che si possono far risalire a Hong Kong e Taiwan. Anche se possedere un contro offshore non è di per sé un crimine, la segretezza che circonda questi dati bancari e le leggi internazionali sulla privacy dei paradisi fiscali rendono molto sospetto averne uno. Nel migliore dei casi, sottolineano gli esperti, si tratta di un trucco per evadere le tasse; nel peggiore è una vera e propria fuga di capitali all'estero.

I nomi dei titolari comprendono Deng Jiagui, cognato del presidente Xi Jinping, e due figli dell'ex premier Wen Jiabao (Wen Yunsong e Wen Ruchun, entrambi coinvolti in uno scandalo legato alla famiglia ed emerso lo scorso anno). Non mancano familiari dell'ex presidente Hu Jintao, del riformatore Deng Xiaoping e del "macellaio di Tiananmen", l'ex premier Li Peng. Seguono alcuni dei maggiori imprenditori del Paese: Yang Huiyan, la "donna più ricca della Cina" a capo della Country Garden Holdings; il suo omologo maschile, Pony Ma Huateng, fondatore del gigante di internet Tencent; il miliardario Zhang Xin, nel campo dell'edilizia.

Infine, ci sono anche i nomi di quei funzionari implicati nelle indagini contro l'ex capo supremo della sicurezza interna, Zhou Yongkang. Quello contro Zhou - ex alleato di Bo Xilai - è il più importante processo interno alla Cina degli ultimi tempi, e molti lo ritengono il vero "banco di prova" per capire se Xi Jinping sia serio nella sua battaglia contro la corruzione all'interno del Partito e delle industrie statali.

Lo scandalo dei conti all'estero rivela anche la "faccia oscura" della crescita cinese. Molti analisti sottolineano infatti che è "pratica comune" per le industrie cinesi aprire conti offshore in modo da poter vendere i propri prodotti all'estero senza pagare le relative tasse. In questo modo si accumulano capitali che poi fanno rientrare nel Paese in forma di investimenti (che subiscono una tassazione molto inferiore a quella relativa alle esportazioni) oppure mantengono i soldi fuori dalla Cina.

Clark Gascoigne, portavoce del Global Financial Integrity (fondazione americana che sovrintende l'etica nella finanza), spiega al South China Morning Post che i dati del Rapporto "non sono una sorpresa, dato che la Cina è ritenuta il maggior esportatore di capitali illeciti al mondo. Parliamo di un giro d'affari di circa mille miliardi di dollari, contro gli 880 della Russia e i 461 del Messico".

Il rischio, sottolinea Gascoigne, "è che questa pratica possa esacerbare ancora di più la disuguaglianza sociale ed economica nel Paese, già un fattore di alta instabilità. Inoltre, con i conti esteri si dà maggior spazio alla corruzione". La Cina, conclude l'esperto, "ha le capacità e persino il bisogno di fermare questo flusso di denaro sporco. D'altra parte, sono proprio le economie emergenti come la loro che soffrono di più per questi traffici".

 

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