03/01/2017, 11.35
INDIA

Corte suprema indiana: No all’uso della religione in cerca di voti. Attivisti: Sentenza positiva

Nirmala Carvalho

I giudici hanno stabilito che i politici non potranno più fare leva sull’elemento confessionale, linguistico e di casta. La sentenza sfida per la prima volta un altro giudizio che definiva l’Hindutva “uno stile di vita e non una religione”. “Il paradosso è che è proprio il partito del premier che più usa la religione per attrarre consensi”.

New Delhi (AsiaNews) – La Corte suprema dell’India ha stabilito che nessun politico potrà più utilizzare la religione per conquistare voti. La sentenza – quattro voti contro tre – è stata emessa ieri e potrebbe determinare le sorti delle prossime elezioni amministrative, che nel 2017 sono previste in cinque Stati. Il parere dei giudici sfida per la prima volta – senza però rovesciarla – un’altra sentenza del 1995, che aveva definito l’Hindutva [ideologia che considera l’induismo un’identità etnica, culturale e politica, in nome della quale gruppi estremisti perpetrano atti di violenza e discriminazione contro le minoranze etniche e religiose – ndr] “uno stile di vita e non una religione”. Ad AsiaNews alcuni attivisti indiani, laici e cristiani, sottolineano l’importanza della sentenza e accolgono con entusiasmo il parere della Corte guidata dal presidente TS Thakur.

Il massimo tribunale indiano ha stabilito che chi tenta di procacciarsi voti sulla base di religione, casta, appartenenza etnica o linguistica commette un reato secondo la Sezione 123(3) del Representation of People’s Act. I giudici hanno anche ribadito che “l’esercizio del voto è una pratica laica” e che “il rapporto tra l’uomo e Dio è una scelta individuale. Allo Stato è proibito chiedere fedeltà in una simile attività”.

Ram Puniyani, presidente del Center for Study of Society and Secularism di Mumbai, sostiene che “la sentenza sull’Hindutva ha creato il precedente politico per l’abuso della religione nell’arena elettorale”. L’attivista ricorda inoltre che nelle elezioni politiche del 2014, quelle vinte dall’attuale primo ministro Narendra Modi, è stato proprio il premier a “enfatizzare il fatto che fosse indù. Queste dichiarazioni hanno indebolito il tessuto sociale laico della nostra repubblica”.

Puniyani riporta che il maggior partito che fa leva sull’elemento confessionale per attrarre consensi è il Bjp [Bharatiya Janata Party, nazionalisti indù attualmente al governo], “che polarizza le comunità lungo linee religiose”. Per questo, aggiunge, “la sentenza della Corte potrebbe essere un grande sollievo”.

Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), commenta: “Tutto questo è davvero ironico, perchè le politiche di Modi sono radicate in profondità nel movimento dell’Hindutva. La Costituzione indiana accorda diritti ad ampio raggio per tutti i suoi cittadini, comprese le minoranze. L’India è una democrazia laica e pluralistica, dove la cittadinanza è legata al territorio e tutte le minoranze etniche e religiose sono considerate al pari degli altri”. “Invece i fautori di un ritorno alle origini indù dello Stato – continua – tentano di fare pressione su Modi affinchè egli utilizzi il mandato elettorale per accrescere le loro politiche”.

Lenin Raghuvanshi, attivista per i diritti dei dalit e fondatore del People’s Vigilance Committee on Human Rights (Pvchr), ritiene che la decisione di ieri “possa squalificare i partiti politici fascisti. Questi ultimi utilizzano la religione per promuovere le loro agende razziste e creano conflitti”.

P. Lourdu Raj, decano della Xavier School of Communication presso la Xavier University di Bhubaneshwar (in Orissa), mette in guardia: “La sentenza avrà conseguenze positive sulla società solo verrà messa in pratica in modo concreto e se la società stessa vigilerà su di essa”.

(Ha collaborato Santosh Digal)

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