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  • » 06/04/2010, 00.00

    RUSSIA

    Cresce l’islamofobia dopo l’attentato al Metro di Mosca



    Ragazze musulmane aggredite perché portano il velo. Altre picchiate nella metropolitana e costrette a scendere. Scritte anti-russe e filo-islamiche. L’islamofobia fa comodo all’irredentismo caucasico, ma anche al governo centrale.
    Mosca (AsiaNews) – Dopo gli attentati kamikaze a Mosca, attribuiti a due donne kamikaze del Caucaso settentrionale, si susseguono dichiarazioni di leader religiosi e intellettuali musulmani impegnati a distanziare il terrorismo dall’islam. “Per una questione di giustizia, perché il terrorismo non ha mai religione” come dicono alcuni, ma anche per il timore fondato che sulla scia della strage nel metro la comunità venga travolta da una vera e propria ondata di aggressioni xenofobe. Come alcuni episodi di cronaca già fanno sospettare.
     
    Il rischio maggiore è che l’islamofobia, strisciante da tempo nella società russa, venga sfruttata a fini politici da chi aspira a un Caucaso indipendente, ma anche da chi mira ad attuare un’agenda politica ispirata alla repressione e al rafforzamento del potere centrale. Diversi siti internet che si occupano di informazione religiosa, come Portalcredo.ru, denunciano la pericolosità di un “linguaggio ambiguo” da parte delle autorità: “Da un lato puntano il dito contro il terrorismo islamico, dall’altro precisano che l’islam non ha a che fare con la violenza”.
     
    Mentre si susseguono gli attentati in Inguscezia e Daghestan e gli inquirenti scavano nella vita delle due “vedove nere” responsabili della morte di 40 persone a Mosca, sono già due le donne picchiate da gruppi di sconosciuti dopo le bombe del 29 marzo. La loro colpa era portare il velo o essere scure di carnagione, caratteristica che si associa subito alle popolazione caucasiche. Nargiza, 17 anni, ora è dovuta scappare fuori città: figlia di madre armena, è stata aggredita in strada. “Le hanno tirato i capelli, strappato i vestiti e ferita in volto”, racconta Galina Kozhevnikova del Sova Centre a Mosca, che si occupa di crimini a sfondo razziale. Un incidente simile è avvenuto, secondo Radio Eco di Mosca, nel pomeriggio dello stesso giorno quando, nella metro della capitale, un gruppo di uomini e donne ha picchiato, costringendole a scendere dal vagone, due ragazze musulmane che indossavano il velo. Secondo i testimoni, nessuno ha reagito o chiamato la polizia. La paura è tale che, come denunciano blog e siti internet locali, ormai nella Federazione russa è raro vedere donne velate fuori dai confini delle repubbliche a maggioranza musulmana.
     
    Al di là della naturale condanna degli attentati moscoviti, la comunità islamica in Russia si interroga sui perché della strage. Per Ruslan Kurbanov, dell’Istituto per gli studi orientali, i kamikaze di Mosca sono “una provocazione per aumentare l’isteria anti-islamica e dare nuovo impulso al processo di distruzione sociale, culturale e politica della società russa e a quello di distacco del Caucaso dal resto della Federazione”. Secondo Gaidar Jemal, presidente del Comitato islamico di Russia, il fatto che si sia subito accusato il “separatismo ceceno, laddove questo non esiste più, dimostra una rinnovata intenzione di demonizzare l’islam caucasico nel suo intero… Magari per giustificare un rafforzamento del potere centrale, come è successo dopo Beslan nel 2003”.
     
    Ieri, la notizia di scritte come “Allah Akbar” e “Morte ai russi” apparse sui muri della fermata Planernaya a Mosca, ha riacceso il sospetto tra i musulmani che si voglia alimentare e cavalcare l’onda dell’islamofobia per fini politici. La notizia sembra costruita ad hoc: arriva da una testimone anonima e per di più la polizia spiega la difficoltà di identificare subito i responsabili con “l’assenza di telecamere sul luogo”. Difficile da credere a neppure una settimana dalle bombe.
     
    Interpretazioni a parte, la linea su cui tutti concordano è ben espressa da Ismail Berdijev, presidente del Centro di coordinamento dei musulmani del Caucaso settentrionale: “Ora l’importante è rimanere uniti e non entrare nel panico”. (MA)
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