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» 27/12/2011
MEDIO ORIENTE
Cristiani e musulmani a un anno dalla primavera araba
di Samir Khalil Samir
La rivolta araba si è diffusa come un incendio nell’erba secca. Tutti i Paesi ne sono stati affetti. Ma le novità si scontrano con la presa di potere degli islamisti. I timori dei cristiani e la necessità di collaborare anche con l’islam. Il caso della Siria e dei vescovi siriani. L’occidente troppo impacciato; Obama squalificato. Un bilancio di quanto successo quest’anno nel mondo arabo.

Beirut (AsiaNews) - Tutto è iniziato un anno fa: il ragazzo tunisino Mohammed Buazizi, prostrato dalla miseria e dalle umiliazioni subite dalla polizia, si è dato alle fiamme il 15 dicembre dello scorso anno. Come un incendio sull’erba secca, dal suo sacrificio la rivolta si è diffusa da un Paese all’altro. Ciò è avvenuto perché tutto il mondo arabo è in grande difficoltà e bisogno. La gente sentiva dolore e desiderio di cambiamento, ma mancava la scintilla per far scoppiare l’incendio.

La rivoluzione araba non è stata uguale in tutti i Paesi. Alcuni erano più preparati: in Tunisia, la popolazione è più forte e più matura; avevano anche un regime che permetteva la protesta. Là dove il regime è totalmente dittatoriale, come in Libia, è stato necessario l’intervento dall’esterno. Il caso della Siria, poi è ancora più complesso e non so se si risolverà.

Alcuni Paesi sono rimasti illesi, forse perché la situazione non è così tragica come in altre parti, come in Giordania, o perché il popolo è totalmente ignorante. Penso all’Arabia saudita, dove il popolo sta bene, ha il petrolio, ma non sa neppure cosa siano i diritti umani, la libertà, l’uguaglianza.

I bisogni del mondo arabo

In ogni caso, con quest’anno, tutto il mondo arabo è rimasto scosso perché segnato dal bisogno. E qual è questo bisogno? Il primo e più fondamentale è la povertà, la miseria di una parte della popolazione. Questi non avrebbero potuto fare alcuna rivoluzione: stanno troppo male e non avevano nemmeno la possibilità di pensarvi. Altri lo hanno fatto e loro si sono aggiunti, come è avvenuto in Egitto, dove il 40% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà.
Anche in Tunisia, il giovane che si è auto-immolato era disperato per la povertà e la disoccupazione.

Il secondo motivo è la scoraggiante disoccupazione giovanile. Nella nostra cultura, se uno non riesce a partire nella vita, a iniziare la sua vita di adulto, si sente umiliato; se uno non ha lavoro, non può farsi una famiglia. In Europa non è drammatico se uno a 30 anni non si è fatto una famiglia. Nei nostri Paesi, invece, si comincia a pensare a sposarsi a 20 anni; a 25 è tempo di concludere. Ma se uno non ha lavoro, è impossibile. Nei nostri Paesi, sposandosi, l’uomo deve essere capace di pagare la casa; la donna deve portare l’arredamento. Ma se uno è disoccupato, dovrà aspettare a sposarsi, con un’ulteriore umiliazione.

Il terzo motivo è etico: la dignità, la libertà di poter esprimere le proprie opinioni, la diseguaglianza. Questo bisogno è acuto anzitutto fra gli intellettuali, ma anche nella classe media. A questi, vanno aggiunte le discriminazioni non necessariamente religiose…

Infine, la gente, attraverso la televisione, vede come vive il resto del mondo e si sente arretrata, si domanda come mai siamo così arretrati. Poi sentono dire che il presidente, il ministro, altri sono miliardari: tutto questo crea un sentimento di ingiustizia, o si soffre l’ingiustizia sulla propria pelle.
Tutti questi motivi hanno creato quel sentimento di insoddisfazione che ha portato alla rivolta.

La vittoria degli islamisti

Il movimento è stato spontaneo e popolare. Ciò però significa che non vi era una vera leadership e oggi ne vediamo le conseguenze: quelli che hanno fatto la rivoluzione non hanno vinto. Hanno permesso ad altri, più organizzati, di raccogliere il frutto del loro lavoro.
È uno scacco enorme, tanto che molti dicono che “non valeva la pena”. Ma io rimango fiducioso: questo passo era necessario perché mostra agli islamisti che anche se hanno vinto, vi è un forte richiamo a priorità diverse dalle loro. Il movente della rivoluzione dei giovani non è stata la religione, ma la dignità, il lavoro, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia.

È vero: ora gli islamisti hanno il potere. Ma in tal modo essi hanno l’occasione di verificare i loro slogan che dicono di continuo che “l’Islam è la soluzione” per ogni cosa. E’ il loro slogan: Al-Islâm huwa l-hall ! Dovranno dimostrare che il sistema islamico risolve il problema della disoccupazione, dell’educazione, dell’uguaglianza, della democrazia, delle finanze, etc.

É la prima volta in Medio Oriente – dai tempi del potere ottomano – che essi hanno il potere politico in mano. È perciò un momento importante per vedere in quali settori gli islamisti danno risposte concrete, in quali fanno difetto.

È anche un momento importante per verificare che tipo di sharia essi vogliono attuare: quella del’Arabia Saudita – dove settimane fa hanno decapitato una donna accusata di stregoneria – o quella dell’Iran, che blocca lo sviluppo di tutto il Paese; o inventarne altri tipi. Noi li giudicheremo sui risultati.

Rimane però un fatto sicuro: gli islamisti, e in particolare i salafiti, hanno approfittato della “primavera araba” per cercare di imporre la loro concezione dell’islam. Questo è notevole in Tunisia (come lo dimostra il fenomeno della Manouba, la più famosa università tunisina, dove i salafiti cercano d’imporre il “niqâb” e d’introdurre una moschea dentro l’università) e in Egitto (come dimostrano gli attacchi numerosi alle chiese, per distruggere le croci, o gli attacchi dell’esercito alle donne, che ha suscitato la manifestazione del 20 dicembre scorso).

Educare alla democrazia

Penso all’Egitto, e a questa impressionante vittoria dell’islamismo: il 60%, tra “Fratelli Musulmani” e salafiti! Vedremo se davvero meritavano tutta questa fiducia dell’elettorato. D’altra parte era inevitabile: sono quasi sessant’anni che l’Egitto vive sotto un regime militare e nella mancanza di democrazia. La gente ha perso la memoria di cosa essa sia. Ma il fatto che quasi il 50% degli elettori abbia partecipato al voto, è un elemento molto positivo. In passato la partecipazione era del 5-7%: la gente non andava a votare perché sapeva che tanto i risultati sarebbero stati truccati. Sotto Nasser si proclamavano sempre vittorie del 95%, pur andando a votare solo il 5% della popolazione.

In Tunisia a queste votazioni ha partecipato almeno l’80%: un caso unico. Ciò significa che l’interesse politico e la partecipazione sono cresciuti.

Da parte dei giovani, è tempo però di pensare come organizzare il movimento. La gente e il mondo hanno preso molto sul serio la rivoluzione araba. Ma occorre pianificare e unire, altrimenti tutto si perde. In Egitto, ad esempio, a differenza della Tunisia, i giovani hanno creato decine di partiti. Ma questo ha sbriciolato i risultati e così i giovani hanno perso tutto il vantaggio che avevano.
Il partito chiamato “il blocco egiziano”, lanciato dal miliardario copto Naguib Sawiris, molto liberale, aperto a cristiani e musulmani, ha raggiunto il 17%. Non è molto, ma già è qualcosa.

Soprattutto ciò mostra che vi sono speranze per il futuro: il movimento deve creare una sensibilità politica nel Paese. Uno dei punti essenziali su cui fare forza, oltre all’economia che è in sfacelo, è proprio l’educazione. L’Egitto in particolare è molto indietro rispetto ad altri Paesi arabi. Esiste 40% di analfabetismo (in particolare tra le donne) e la qualità dell’insegnamento è scarsa. Per questo si vota più per appartenenza religiosa che per analisi politica.

Anche la solidarietà fra cristiani e musulmani, nonostante gli attacchi avvenuti contro le chiese, ha fatto nascere una sensibilità e un movimento per l’uguaglianza, prima quasi impensabile.
Il frutto è positivo, anche se in confronto alla fatica compiuta, tale frutto è stato minimo.

La situazione in Siria

Il caso più chiaro di presa di coscienza è avvenuto in Siria, dove il regime di Assad sembrava molto stabile. È anche un caso molto drammatico e difficile. Va detto che le informazioni su quel Paese sono molto oscure. Proprio in questi giorni il vescovo di Aleppo mi diceva di fare attenzione perché le informazioni che si hanno fuori della Siria, sono diverse da quelle che si ha all’interno.

Anche qui si notano alcuni fatti nuovi: per la prima volta, la Lega araba ha preso una posizione netta: esclusione di Damasco, sanzioni, ecc… Certo ci troviamo di fronte a un’ambiguità: la Siria sostiene l’Iran; l’Iran e fortemente sciita; la Lega araba è per la quasi totalità sunnita. Può essere che le minacce della Lega araba siano motivate da più da questa opposizione, che per amore alla rivoluzione.

In ogni caso – e dura già da nove mesi - in Siria la gente è pronta a dare la vita per cambiare la situazione, e questo è un fatto davvero nuovo.

La Siria ha problemi specifici: vi è un potere totalitario e un popolo in maggioranza disarmato. Si dice però che i Paesi arabi limitrofi stanno finanziando la ribellione. Per trovare una soluzione occorre un mediatore o siriano o arabo, altrimenti sarà la distruzione.

Vediamo anche che per la prima volta la Turchia ha preso la difesa dei ribelli siriani. Forse vi sono motivi egemonici in tutto questo, o alleanze da rispettare con l’Occidente. Ma vi è soprattutto l’idea che la Turchia vuole mostrarsi come un modello di Paese islamico moderato, anche se non è la perfezione nei diritti umani.

La situazione in altri Paesi

In Libia il futuro è ancora molto incerto. Vi sono affermazioni di tipo islamista, ma il problema che io vedo è soprattutto come fare per riconciliare tutte le tribù e indirizzarle verso lo sviluppo. Nel Paese l’industria è all’inizio, e non si sa se riusciranno a far progredire il livello del Paese.

In Arabia saudita non vi è stata primavera araba (o meglio: è stata soffocata sul nascere con i militari). Ma la gente chiede alcuni cambiamenti.

In Paesi come Yemen e Bahrain la rivoluzione ha già dato dei frutti consistenti: né l’uno, né l’altro potranno continuare come prima.

Vi è movimento anche il Marocco: non vi è stata la rivoluzione, ma il timore che venisse ha suscitato nuove riforme sociali. Già da tempo avevano fatto una riforma legale dei diritti della famiglia (la Mudawwanah), che valorizzavano i diritti della donna… Insomma, il mondo arabo sta cercando ovunque la sua strada.

Come si muovono i cristiani?

In genere i cristiani hanno paura perché è quasi sicuro che questa rivoluzione sarà incamerata dagli islamisti. Noi temiamo soprattutto gli islamisti, in particolare i salafiti. In effetti questo pericolo c’è, ma io dico che non vi è altra possibilità e dobbiamo collaborare con tutti per far emergere il meglio dalla situazione. Non bisogna chiudersi nella paura. Certo con gli islamisti salafiti è difficile, ma vi sono anche islamisti che hanno un progetto politico, un desiderio di voler superare l’arretratezza del loro Paese. Noi possiamo vigilare per mostrare loro dove stanno superando i limiti, dove stanno conculcando dei diritti, ecc..

C’è un dialogo possibile ed utile sui progetti sociali: è tempo di aiutarci e sostenerci a vicenda, d‘imparare la solidarietà anche verso chi non è cristiano. E viceversa. É tempo di creare insieme dei progetti sociali contro l’analfabetismo, la povertà, la malattia, ecc. In campo educativo e ospedaliero i cristiani hanno mostrato già da tempo tutta la loro generosità e professionalità verso chiunque, cristiani e musulmani. Perciò io penso che sia possibile collaborare con una gran parte della popolazione.

Allo stesso tempo dobbiamo difendere la giustizia, la libertà di coscienza, la libertà di vivere la nostra fede, di proclamarla, arrivando al principio dell’uguaglianza. I musulmani in Egitto, anche in campo giuridico, usano l’espressione “la religione migliore”, e intendono “l’islam”. Dobbiamo dire: Questa espressione è inaccettabile.

Esistono anche altre discriminazioni (uomo/donna; ricchi/poveri). Noi dobbiamo lavorare contro tutte queste discriminazioni, perché sono opposte allo spirito del Vangelo.

Personalmente, non temo tanto un regime islamico, ma la possibilità dell’intolleranza. E’ anche vero che molti musulmani sono opposti alla linea dei salafiti, che cercano d’imporre (e soprattutto alle donne) la loro visione intollerante dell’islam. In ogni caso, come cristiani, non possiamo rinchiuderci in un ghetto, ma dobbiamo cercare di collaborare con tutti quello che lottano per una società rispettosa dei diritti umani.

La primavera araba vista dai cristiani

A causa della paura del futuro, i cristiani preferiscono il regime che conoscono già. Ma questi regimi sono spesso dittatoriali. E sostenere un regime dittatoriale è un peccato. Se il governo fa violenza, dobbiamo dire che siamo contro la violenza di chiunque: degli oppositori, della gente, dei militari. Dobbiamo dire che siamo per la libertà, ma non per l’eccesso di libertà che porta allo sfacelo dell’occidente; dobbiamo dire che siamo per l’uguaglianza, per la giustizia, sia per i cristiani che per i musulmani, sia per gli uomini che per le donne. Questa è l’occasione per i cristiani di fare un’evangelizzazione culturale, lontana da ogni proselitismo.
Invece purtroppo, la paura dell’islamismo spinge i cristiani a legarsi al passato. La maggioranza pensa che basta non immischiarsi troppo nella politica e si può vivere tranquilli, Ma come cristiano, è mio diritto-dovere anche interessarmi della politica.
Ciò spiega la posizione dei vescovi in Siria, che preferiscono scegliere per quello che conoscono già, piuttosto che per un futuro sconosciuto. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra due mali ... e valutare qual è il male minore è difficile. Ma la strada consiste ad affermare ciò che per noi è importante.

Infine, l’Occidente

L’Occidente ha appoggiato i dittatori; poi se n’è distaccato; adesso è titubante. L’occidente è molto criticato nei Paesi arabi perché essi appoggiano fino in fondo Paesi come l’Arabia saudita, che per dottrina lì presente, è la fonte indiretta del terrorismo islamico. Un Paese come gli Stati Uniti, che parla della libertà e dei diritti umani, quando si incontra con i sauditi, tace su tutti questi aspetti.

Sulla Libia, tutti gli arabi pensano che l’occidente era più interessato al petrolio libico che alla libertà. E infatti si sono impegnati solo contro la Libia (e in passato contro l’Irak di Saddam Hussein). Con la Siria, invece, tutti sono cauti perché essa ha un ruolo geopolitico importante…

L’atteggiamento occidentale non è unificato, e non è basato su principi e valori chiari.
Non sono un idealista e per questo penso che ogni Paese tenda a vedere anzitutto i propri interessi. Ma trattandosi di un fenomeno come quello di tutto il mondo arabo, sarebbe stato molto più efficace lanciare un’idea di come sostenere (o non sostenere) questi movimenti.

La politica verso Israele – che è una delle cause essenziali della crisi medio-orientale – è un'altra questione che lascia sbigottiti gli arabi. In un solo giorno Barack Obama ha cambiato idea in modo totale: dopo aver sostenuto l’idea di due popoli, due Stati, alla visita di Netanyahu ha cambiato posizione.

Non parliamo poi del suo discorso al Cairo, dove aveva conquistato tutto il mondo arabo. Ma è passato qualche mese e si è visto che la sua politica era la stessa di Bush. Ha perso ormai ogni credibilità. Occorre un impegno con i principi, e così si può essere modello per gli altri.

Lo stesso vale per l’Europa. Essa sta perdendo la sua identità religiosa e culturale. Non ha la capacità di verificare il suo passato coloniale, nascondendolo dentro una cattiva coscienza, invece di mostrare che anche il colonialismo ha avuto un valore nel dialogo con le culture.

In Europa si rifiuta la religione locale (in generale quella cristiana) e questo rende ambiguo il rapporto degli europei con le altre religioni nel mondo. In più, talvolta i governi sembrano preferire le religioni importate, mentre si soffoca quella locale. Se ad esempio la Francia nega la sua identità storica cattolica, non saprà più come trattare con le altre religioni. Di fatto vediamo una schizofrenia che va dalla secolarizzazione delle feste cristiane, alla valorizzazione delle altre religioni (meno il cristianesimo).

La rivoluzione araba forse può servire a far rinsavire anche molti giovani in occidente. In Egitto, in Siria, vi son persone che rischiano la vita per un ideale, per una vita dignitosa, per tutto il popolo. Ma quanti in Italia o in Europa sarebbero capaci di pensare a questo?

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Dossier


by Giulio Aleni / (a cura di) Gianni Criveller
pp. 176
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