05/09/2014, 00.00
EGITTO - INDIA
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Dar Al Mahabha, l'eredità di Madre Teresa al popolo egiziano

di Nirmala Carvalho
Così si chiama la prima casa delle Missionarie della Carità aperta in Egitto. Intervista a p. Bimal Kerketta sj, sacerdote indiano che a Minya dirige una scuola. Il gesuita racconta le difficoltà incontrate dalle religiose; i rapporti con i musulmani; le vocazioni di alcune ragazze egiziane.

Minya (AsiaNews) - Si chiama Dar Al Mahabha, "Monastero dell'amore", la prima casa delle Missionarie della Carità aperta in Egitto, al Cairo. Era il 1986 e Madre Teresa - di cui oggi cade la memoria liturgica - era presente per l'inaugurazione della struttura, dono di una chiesa caldea. Uno spazio piccolo, che si è messo subito al servizio della popolazione locale e che presto ha avuto bisogno di allargarsi, per poter ospitare i tanti pazienti che avevano bisogno dell'opera delle missionarie. Oggi la congregazione conta tre case in tutto il Paese e vocazioni "egiziane". AsiaNews ha intervistato p. Bimal Kerketta sj, sacerdote gesuita indiano che dirige la scuola dei padri gesuiti a Minya e che conosce personalmente queste Missionarie della Carità.

In tempi così pericolosi, come vivono le Missionarie della Carità?

Nel 2009 le suore hanno cercato uno spazio più grande, ma hanno dovuto pagare una grande somma per ottenere un terreno che, tra l'altro, si trova in una zona islamista. Io di persona mi sono recato lì con il superiore, una sera, per benedire il luogo. Non indossavamo i paramenti per evitare di metterci in pericolo. Ora, dopo una grande attesa e tante difficoltà, la struttura è completa e funziona a pieno regime. All'inizio, perfino una famiglia ortodossa che vive lì accanto non era pronta ad accettarle. Così, gettavano nel campus i loro rifiuti. Gli islamisti avevano messo un altoparlante di fronte al cancello, mandando i sermoni dell'imam a tutto volume.

Dopo la rivoluzione, le cose sono migliorate molto e continuano ad andare sempre meglio. Una volta uno sheikh islamista ha portato un anziano musulmano dentro la loro casa: le suore lo hanno accettato con piacere, e quando l'altro ha visto l'attenzione con cui si prendevano cura di lui è rimasto meravigliato. Ora le difende.

Le Missionarie della Carità si trovano in varie zone del Medio Oriente: Libia, Sudan, Marocco, Egitto, Turchia. Hanno il grande problema di ottenere il visto per entrare in questi Paesi o anche solo per chiederne l'estensione. In Egitto hanno case a Shoubra (Il Cairo), Alessandria e Assiut (Alto Egitto), attraverso le quali portano avanti l'eredità di Madre Teresa. Ho cercato di visitarle tutte e tre e di prendermi cura dei loro bisogni pastorali, perché per loro non è facile trovare un sacerdote che parla inglese.

In cosa consiste il loro aiuto con le vittime delle violenze?

È un lavoro difficile. Ogni paziente è controllato con attenzione con il CID prima di essere ammesso. Nessun paziente può essere accolto senza aver prima informato la polizia.

In questi luoghi, le suore di Madre Teresa danno testimonianza della loro fede?

Certo, vivono indossando il loro sari e conducendosi nella vita secondo il loro carisma. Non hanno legami diretti con i gesuiti, ma cerchiamo di aiutarle ogni volta che ci è possibile. In passato ci sono stati dei sacerdoti che celebravano regolarmente messa per loro al mattino presto, cosa non facile per un prete in Egitto. Secondo il rito copto, la santa messa si offre solo di venerdì e di domenica, nei giorni di festa o durante le feste comandate.

Per una ragazza egiziana, la vita delle Missionarie della Carità è molto difficile, eppure ci sono state vocazioni locali e ora ci sono almeno otto suore egiziane che servono in Medio oriente. Io le ho conosciute tutte di persona: per loro è inimmaginabile poter tornare a casa una sola volta ogni 10 anni, o telefonare alla propria famiglia una volta al mese. Eppure vanno avanti.

 

 

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