20/09/2019, 15.04
INDONESIA
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Donne e diritti, attivista indonesiana: Ora uguaglianza e giustizia di genere

di Paolo Fossati

L'attivista è la segretaria generale della Coalizione delle donne indonesiane per la giustizia e la democrazia. La sua organizzazione ha animato la campagna per l’innalzamento dell’età minima per il matrimonio. Portate alla Corte costituzionale le tragiche testimonianze di alcune “spose bambine”.

Jakarta (AsiaNews) – Dopo l’innalzamento dell'età minima a cui le donne possono sposarsi, il prossimo passo da compiere in Indonesia è una legge sull'uguaglianza e la giustizia di genere. Lo dichiara ad AsiaNews Dian Kartikasari, segretaria generale della Coalizione delle donne indonesiane per la giustizia e la democrazia (Koalisi Perempuan Indonesia, Kpi). Fondata nel 1998, la Kpi ha contribuito in modo decisivo alla storica decisione del parlamento di portare da 16 a 19 anni il limite minimo dell’età per le spose.

Secondo i dati della Coalizione, il 27% dei bambini indonesiani viene coinvolto in matrimoni infantili. Il numero delle femmine è più alto rispetto a quello dei maschi. Al mondo, l’Indonesia è il 7mo Paese per questo genere di unioni; in Asia, è seconda solo alla Cambogia. “Le ragioni dietro il fenomeno – spiega Kartikasari – sono anzitutto culturali: per molti, una ragazza che si sposa presto smette di essere un peso per la famiglia. Ma anche la povertà gioca un ruolo di rilievo. A questo si aggiunge la convinzione delle comunità islamiche più conservatrici, che vedono nel matrimonio precoce un modo per evitare l'attività sessuale delle giovani. Fortunatamente, l'innalzamento dell'età minima riguarderà non solo le autorità civili ma anche i tribunali religiosi, che finora hanno contribuito alla diffusione della pratica”.

“La campagna per l’innalzamento dell’età minima – racconta la segretaria generale di Kpi – è iniziata nel 2010, quando abbiamo chiesto al governo di cambiare la Legge sul Matrimonio, in vigore dal 1974. All'epoca, Jakarta ci ha risposto che farlo sarebbe stato troppo complicato. Ci siamo dunque rivolte al parlamento, dove però non siamo riuscite a superare l'opposizione dei gruppi religiosi più conservatori. Nel 2014 abbiamo cambiato strategia e interpellato la Corte costituzionale affinché si esprimesse sull'articolo 7, quello che fissava il limite d’età minimo per il matrimonio. Di fronte ad un primo insuccesso, abbiamo realizzato che era necessario raccogliere più dati e informazioni, per rappresentare al meglio l’importanza della questione”.

“Ci siamo confrontate con i membri della Coalizione che in passato sono stati vittime di questa pratica – prosegue Kartikasari –. Abbiamo chiesto loro se fossero disposte a raccontare la propria esperienza ai giudici della Corte costituzionale. Finalmente, nel dicembre 2018 il Tribunale ha accolto le nostre richieste ed ha esortato i parlamentari a modificare la normativa. Le storie che abbiamo portato in tribunale sono davvero tragiche. Vi è quella di Mariati, che a 13 anni è stata costretta dal padre a sposare un amico di famiglia, con cui l’uomo aveva contratto un debito dopo aver perso al gioco d’azzardo. Poco dopo la ragazza è rimasta incinta, ma il bambino che portava in grembo è morto durante il parto. Un’altra testimonianza l’ha resa Rahmina. La madre della giovane è molto povera, perciò pensava che con il matrimonio della figlia avrebbe risolto tutti i problemi. Rahmina si è sposata quattro volte: la prima a soli 12 anni, poi a 16, 18 ed infine a 26. Durante il secondo matrimonio, veniva sfruttata per preparare da mangiare ai contadini che lavoravano per il marito. Un giorno è stata morsa da un serpente: l’infezione causata dal veleno le è costata l’amputazione di una gamba. Di fronte alla disabilità, il marito ha deciso di abbandonare Rahmina”.

Il voto parlamentare dello scorso 16 settembre è per la Coalizione una grande vittoria. Tuttavia, conclude la segretaria generale della Kpi, “vi è ancora tanto lavoro da svolgere: il prossimo passo da compiere è una legge sull'uguaglianza e la giustizia di genere. è qualcosa di difficile da ottenere, soprattutto a causa dei movimenti islamici conservatori. Promuovendo interpretazioni dell’islam d’ispirazione mediorientale, i radicali respingono le nostre richieste perché a loro avviso rappresentano una minaccia all'autorità e al potere dell'uomo nella società. Ma in questa battaglia non siamo soli, perché sostenute da diversi leader musulmani progressisti e moderati che sottolineano: l'uguaglianza di genere fa parte degli insegnamenti islamici. Dalla nostra vi sono anche tutte le altre comunità religiose: cristiani, buddisti, induisti sono con noi”.

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